domenica, settembre 18, 2016

Film

P. grande intenditore di film anni '70, ha la presenza di quello che nei film interpreta il fratello del marito cornuto, si, o di quello che si sega dietro alla grande serratura e mentre spia piange ma non se lo caga nessuno

venerdì, luglio 17, 2015

entropia

entropia

se sai da dove esce, sai anche cosa esce

 
biodegradabile5
Sole di mezzanotte e vento freddo
Nel patio della pasticceria "dall'Entropico"
Il ragazzo staccò un foglio dal carnet
E lo appuntò su tavolo, sotto un bicchiere ancora caldo.
"ho scritto di voi, ma non leggete, non
disperdete questo momento ordinato
creato apposta per voi"
Si sedette con il blocco 
e la penna pronta.
Neanche avevo aperto la bocca per
ordinare, il cameriere alzò la bic
manco fosse una bacchetta magica
nel silenzio saturo di microonde 
disse in un sussurro
"per quanto bella sarà la torta,
per quanto dolce sarà la crema, 
è noto già quello che saprai
produrre"
Le nostre esistenze risolsero il loro senso
in un doppio click su un universo frattale
La nostra vita era uno screen saver
in un mondo senza monitors.

i giorni di merda non hanno tramonto

scompari tu, o scompare il mondo?

 
biodegradabile5
scomparire
salta la luce
dovrai spegnere il forno o il ferro da stiro
decidi se mangiare stasera 
o se avere lenzuola e asciugamani per la settimana
nella metro affollata l'email ti insegue
gli avvocati non fanno progressi ma chiedono soldi
la casa non ingrana e i vicini sono stronzi 
ti senti come seppellito da una campana di niente che ti ruba persino l'ombra
devi uscire per respirare, riprenderti quello che puoi, la folla è un muro che all'improvviso si apre

un segno del destino

il flusso ti trasporta via e finalmente voli tra due ali di gente, inarrestabile
atterri dove il tempo si è bloccato improvvisamente e mentre un bambino sta vomitando 
la folla si richiude indifferente scivola via 
le tue scarpe sono sporche, ormai non puoi nemmeno più scomparire

i giorni di merda non hanno tramonto

scompari tu, o scompare il mondo?

 
biodegradabile5
scomparire
salta la luce
dovrai spegnere il forno o il ferro da stiro
decidi se mangiare stasera 
o se avere lenzuola e asciugamani per la settimana
nella metro affollata l'email ti insegue
gli avvocati non fanno progressi ma chiedono soldi
la casa non ingrana e i vicini sono stronzi 
ti senti come seppellito da una campana di niente che ti ruba persino l'ombra
devi uscire per respirare, riprenderti quello che puoi, la folla è un muro che all'improvviso si apre

un segno del destino

il flusso ti trasporta via e finalmente voli tra due ali di gente, inarrestabile
atterri dove il tempo si è bloccato improvvisamente e mentre un bambino sta vomitando 
la folla si richiude indifferente scivola via 
le tue scarpe sono sporche, ormai non puoi nemmeno più scomparire

i giorni di merda non hanno tramonto

i giorni di merda non hanno tramonto

scompari tu, o scompare il mondo?

 
biodegradabile5
scomparire
salta la luce
dovrai spegnere il forno o il ferro da stiro
decidi se mangiare stasera 
o se avere lenzuola e asciugamani per la settimana
nella metro affollata l'email ti insegue
gli avvocati non fanno progressi ma chiedono soldi
la casa non ingrana e i vicini sono stronzi 
ti senti come seppellito da una campana di niente che ti ruba persino l'ombra
devi uscire per respirare, riprenderti quello che puoi, la folla è un muro che all'improvviso si apre

un segno del destino

il flusso ti trasporta via e finalmente voli tra due ali di gente, inarrestabile
atterri dove il tempo si è bloccato improvvisamente e mentre un bambino sta vomitando 
la folla si richiude indifferente scivola via 
le tue scarpe sono sporche, ormai non puoi nemmeno più scomparire

ascensore

ascensore

se fossi un bottone non potrei premermi da solo

 
biodegradabile5
un metro quadro azzurro e bianco
rapisce la parte leggera e sale via
smog colpevole di luce la reclama

uno stadio foderato di specchi
e dappertutto c'ero io piccolo
abbastanza da cantare il rumore

ogni telefonata raccontava un amore
e il dio di ognuno era buono e diverso
promise una notte tutta blu scuro

regalavano palline di gomma quel giorno
sperando di ispirare un mondo migliore
ma rimasero solo palline di gomma

i bambini inutili

svolazzanti nei loro cappottini, i bambini inutili sono le mosche del mondo

 
biodegradabile5
Scappano i bambini inutili, corrono, si disperdono urlando, terrorizzati.Sono delle mosche, con le falde dei cappottini svolazzanti nel turbine freddino della piazza stinta da un sole malato, che saprebbe fare di meglio, sicuramente, ma non in questo momento.
Li senti quegli acutini da topo, gridano stupiti, i bambini inutili, interrogativi, maldestri sulle gambettine esili, capitombolano e ritornano al punto. Attorno all’Uomo della Monnezza.
Magro, stretto nei suoi pantaloni mimetici, aderenti, un ciuffo beffardo color alluminio, un panzone spropositato su quell’esile tronco da ballerina di bordello.
Li ignora, ride con un dente solo, e spazza la monnezza con la sua scopa magica.
I bambini inutili gli vanno vicino.
Una spazzata più energica, un movimento brusco dei suoi capelli di amianto ed eccoli che scappano di nuovo, gridando, allontanandosi da quell’essere terrorizzante in una spirale aperta.
L’uomo della monnezza ridacchia e si gode le beffe che quei mostriciattoli si fanno di lui, si piega col palettone a raccogliere foglie secche e mozziconi.
Uno dei bambini, sicuramente il più inutile di tutti, e di conseguenza il più coraggioso, gli si avvicina alle spalle, mentre gli altri stringono il cerchio, svolazzanti nei loro cappottini troppo grandi.
L’uomo della monnezza finge indifferenza, sembra che non noti il temerario bambino inutile, si guarda la punta delle scarpe, per non farsi scoprire. Sa che c’è un bambino inutile dietro di lui.
Tutto si fa silenzio e solo il fruscio della ramazza fa da padrone, nella piazza bianca.
Uno scatto.
Svuota il palettone nel secchio stracolmo, lancia uno sguardo da sotto l’ascella ed inquadra con un unico movimento del collo il piccolo bastardino inutile, oramai a mezzo metro di distanza, e lo fulmina con una smorfia cattiva e goduriosa che parte dai suoi baffi neri e spennacchiati.
Gridano, come dei piccoli sciacalli pavidi e fuggono lontano ancora una volta, lontanissimi, i bambini inutili.
Lontani, ma torneranno, lo sa, l’Uomo della Monezza, e continua pazientemente a curare il selciato, con malcelata solerzia, e ridacchia.
Senza neanche fermarsi, giunti al limite estremo della loro corsa a spirale, i bambini inutili invertono la direzione e nel tempo di una risatina gli sono vicini, ancora, confidenti e timorosi; di nuovo cola silenzio sui bambini inutili, un silenzio che impasta i loro movimenti, lentamente, sino a immobilizzarli magneticamente attorno al diavolaccio che sta armeggiando con il cestino delle immondizie. Un cestino enorme, bello carico di ogni schifezza, che lui maneggia con la grazia di un amante presa a credito.
Piano piano, senza farli scappare ancora, tira fuori dalla saccoccia il saccone di plastica nero e si accinge a riempirlo con i rifiuti del bidone. Vedendolo così indaffarato, i bambini inutili gli si stringono intorno, godendo sommessamente, addirittura uno di loro, un piccolo selvaggio, non si sa se maschio o femmina, ma non importa, gli tocca un lembo del maglione acrilico, elettrizzandosi con una scarica statica al contatto con quella stoffa mimetica.
I bambini inutili esultano soddisfatti, come degli indiani sporchi, e non notano gli occhi dell’Uomo della Monnezza che sono diventati due lampadine rosse, e stanno emettendo l’ultimo, fortissimo, cattivo lampeggio prima che quel diavolaccio spenga tutto chiudendo per un impercettibile attimo le palpebre.
Con uno scatto mai visto prima, l’omaccio si rizza in piedi, diritto con la panza a bandiera sugli stecchi delle gambe. Con una frustata decisa, gonfia il saccone nero d’aria e si volta di scatto verso i bambini inutili, punta il nanerottolo più lontano, quello che si sente più al sicuro perchè distante, più rilassato, meno pronto a scattare.
Con un urlo che squarcia il silenzio e sovrasta i mormorii dei bambini inutili, l’uomo della monnezza in un balzo atterra con il saccone nero sopra la piccola preda cattiva, mentre tutti gli altri scappano come scarafaggetti in cappotto.
Una mossa sola, un armonico virtuosismo da torero, e il sacco racchiude il bambino inutile, intrappolato come una stupida mosca sotto il bicchiere.
Si dibatte, il bambino inutile, ma ogni suo movimento è vano. 
Adesso si vede la vera faccia dell’Uomo della Monnezza, è a metà tra Manfred e Charles Bronson, con quei denti color del pianoforte, quei baffoni spioventi che gli tracciano sotto un ciuffo infarinato di limatura di ferro, un tristissimo sorriso da cartone animato.
Con delicatezza e professionalità chiude il laccetto del saccone nero che si muove di vita propria mentre l’aria è scossa dagli urletti lontani dei bambini inutili.
Attorno all’Uomo della Monnezza c’è il vuoto. Nessun bambino inutile, solo lui e il suo sacco.
Il topocane razzola sulla piazza, scombinando il lavoro dell’Uomo della Monnezza, rovistando tra i mucchi di foglie e cartacce che il figuro aveva raccolto.
I bambini inutili ritornano, silenziosissimi, mentre lui è chino sul sacco, gli si fanno intorno, sono attratti come se l’Uomo della Monnezza fosse il tappo di un enorme lavandino bianco e loro delle gocce d’acqua coperte da svolazzanti, inutili, cappottini. Fingono di giocare al pallone, ma si tengono vicini, accomunati dalla magia e dalla paura.
La palla rimbalza via, un piteco con i jeans dipinti addosso si china a raccoglierla, inquadrando il suo sederone nel campo visivo del cammarero del bar, che, confuso dal doppio tramonto denim, perde il controllo del blocchetto elettronico per le ordinazioni, e segna un sovrapprezzo ormonale di 20 euro, al cliente svenuto sul tavolino per aver atteso troppo.
I bambini inutili attendono la palla ma è troppo tardi: è intercettata dall’Uomo della Monnezza, che la blocca sotto lo scarpone, e con una ramazzata da samurai ne stende un altro, mentre gli altri si disperdono urlando col vento.
Il cammarero si avvicina, guarda silente il predone mimetico, che con un lieve calcio gli passa la palla.
Il cammarero la ferma col piede, si china a raccoglierla, poi estrae dal panciotto di pelle nera un coltellino e con la perizia di anni d’esperienza, taglia la palla in due semisfere perfette.
Dispiaciuti, delusi, ma sempre ipnotizzati, i bambini inutili si avvicinano ancora una volta; di poco, ma si avvicinano.
I due complici si calano sulla testa ognuno una metà del pallone. Con quel copricapo ispirano simpatia. 
Simpatia e reverenza.
Sorridono tra loro, scherzando in modo sommesso.
I bambini inutili si avvicinano ancora un pochino.
Ridono, i bambini inutili.
Con un fuoco di sguardi complici, il cammarero e l’Uomo della Monnezza si posizionano l’uno di spalle all’altro, fanno contemporaneamente un passo indietro e si toccano con la schiena. Un movimento sincrono con la testa all’indietro e fanno scontrare i loro ridicoli cappellini.
Sembrano entrambi perdersi con lo sguardo nell’orizzonte, ma quando il primo bambino inutile è a tiro, il cammarero gli ammolla una volèe di vassoio sul capoccione grasso, di rovescio, un po’ affettata ma efficace.
In un niente volano mazzate manco fossero coriandoli a Rio de Janeiro.
Tra le botte secche di ramazza e i rimbombanti gong del vassoio la piazza si riempie di un ritmato tripudio di sonorità, grida di dolore e lamenti, che sembra di stare ad un concerto dei Pooh.
I bambini inutili smaltiscono le loro malefatte, le abboffate a colazione, i capricci con la mamma, i troppi giocattoli, i dispetti.
Passa pure il topocane in questa festa punitiva e ritira anche lui la sua razione di meraviglie, portandosi via ululando una vassoiata sul groppone ed una ramazzata sulle zampe corte.
Un cliente del bar che sembra Silvio Pelvico con questa barba di cemento che gli fa il giro della faccia glabra fa per dire qualcosa, ma il cammarero tocca il blocchetto elettronico e gli affibbia altri 20 euro di penalità. Silvio Pelvico si siede in silenzio, ridotto all’impotenza come un Muzio Scevola senza braccia.
Tutt’attorno è come una notte stellata di mazzate.
Il cammarero e l’Uomo della Monnezza lentamente si incamminano verso un’altra avventura.
I bambini inutili vorrebbero raccontare alla mamma la loro avventura, ma hanno la coscienza sporca, prenderebbero altre mazzate. Uno di loro raccoglie il mezzo pallone lasciato dall’Uomo della Monnezza, se lo mette in testa, e inizia a correre per la piazza bianca, seguito dagli altri bambini inutili, svolazzanti nei loro cappottini.

cicciobello negro

che vuoi fare, mio amore sconosciuto, si muore un po' per poter vivere

 
biodegradabile5
caduto dal cielo bagnato di inutile pioggia 
destinato dal marketing sovrano 
ai mondi aperti di camerette di bambini dal doppio cognome,
mobiletti in legno chiaro; 
stagione d'autunno, opulenta di vernice e diossina. 

luci lontane, prima dei monti senza neve, 
il babbo e la mamma qui piantarono 
il cartello della brianza denuclearizzata, 
lo stesso all'ombra del quale crescono i nostri figli. 
com'è diventato grande, questo cartello. 

cicciobbello negro sono io, 
legato ad un trono di polistirolo 
e sul mio passaporto la stella 
per proseguire la scalata al mondo 
iniziata dal fratellino biondo. 

ci insegnarono a piangere 
quando le nostre piccole mamme 
ci privavano sadicamente del ciuccio. 
io attaccavo con le lamentazioni 
quando me lo rimettevano. 

lacrime senza rumore, 
non si so se di plastica o acqua, 
i miei occhioni lucidi 
sotto quei riccioloni ispidi 
che nessun bimbo riuscirà mai a pettinare. 

notti intere dei corti giorni dopo la befana, 
io piangevo; 
cosa ne sai di quello che fa battere il mio cuore. 
difetto di fabbricazione, dissero, 
ma io piangevo perché ero 

negro 

mamme ancora fumanti di sessantotto democristiano, 
nostrano come un panino con la salsiccia mangiato in macchina, 
sotto il tetto rosso del Mac donald's, incombente, 
pesante e inutile come il nostro futuro 
e capelli bruciati di permanente e dita gialle di sigarette 

mamme... lo sguardo ipocritamente dolce di tutti voi 
mi evitava nel negozio di giocattoli, 
con quella egoista certezza che comunque altri, 
indefiniti, 
si sarebbero presi cura di me, 

altre bimbe mi avrebbero adottato, 
ma non le vostre, 
destinate all'ariano bambolotto biondo 
germanico, florido, flaccido 
e micropenico 

avevo il cuore duro allora, ero più giovane, 
la prima volta che una bambina mi tolse il ciuccio 
una lacrima bianca rigó le mie guance nere e cicciotte 
e, mentre un lampo di cretineria misto a terrore 
illuminava gli occhi borghesi della mamma, 

un gonfiore tra le gambe di quel mio pagliaccetto 
un tremore misto a curiosa voglia, e la donna tirò via quella figliolina. 
e da allora neanche le diafane luci dei neon della standa 
poterono, pur per un istante solo, sciogliere un po' della mia cioccolata, 
scoprendo un ricciolo color dell'oro. 

o mamma che non mi ha mai comprato, 
la tua bambina è una figa di legno 
che parla al cellulare ad alta voce 
paga di un lavoro a basso costo e 
di un master in pompineria. 

o tu che non hai mai giocato con me 
non potrai mai sapere che inventai la musica rap 
e giro tra culi appesantiti da brillanti e catene 
e vivo da tempo in una casetta in cima al ghiacciaio 
dell'indifferenza umana. 

non piango più, ma ho sempre il ciuccio in bocca. 
perché se me lo tolgo, mi cago il cazzo. 

che vuoi fare, mio amore sconosciuto, si muore un po' per poter vivere.

storia d'amore

storia d'amore

se sulla luna ci fosse stato qualcuno ad ascoltare

 
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lei aprì quegli occhi senza accenti, fissi sulla punta delle scarpe di lui, gli storni smisero di cagare sulle automobili di viale Giulio Cesare e la frase "il tuo stesso pisello ti fa ombra" si fece posto in un momento di silenzio tale da essere sentita sino alla luna, se sulla luna ci fosse stato qualcuno ad ascoltare.
lei tolse il cellofan da una scatola di cioccolatini quadrati comprati al duty free, e se ne portò uno alla bocca, poi girò la confezione verso di lui, che ne prese uno, ne mangiò un pezzo, e sparò due colpi nel barile pieno di sabbia, scaricando la pistola.
le unghie dal bel profilo, con lo smalto eroso così uniformemente da essere attraente a modo suo, delle piccole rughe alla fine delle labbra che sarebbero state lì ancora cent'anni almeno, i capelli scuri lavati da poco così gonfi e lucidi che avrebbe potuto fare a meno del vestito, e nei sul décolleté come se il cielo gli avesse tatuato in negativo la sua più discreta costellazione, gli disse di essere incinta, e lui dentro di sè sorrise poi tremò e poi le strinse il polso in maniera impercettibile, e sorrise di nuovo; solo una manciata di secondi fa eravamo dei bambini, e ora siamo solo più piccoli.
alla radio non trasmettevano null'altro che musica cinese, ed erano troppo pigri per girare la manopola, in caccia di qualcosa di meglio. attesero che l'ombra scemasse: non so dire se fu il sole ad andare via o persino se lui crebbe di qualche centimetro in statura, davvero questo non lo so, ma quando poterono scegliere quale lampione avrebbe modellato i loro contorni per terra, soffiarono sulle piccole vele e le loro vite ripresero a navigare da qualche altra parte, e di loro si perse traccia, più o meno come quei due proiettili nel barile di sabbia, che si sa dove sono ma a nessuno importa di andarli a cercare.

#selfie dado

incontro con dio

 
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il mio nome é dado e una volta ho incontrato dio. 
raccontarvi di me puó non essere interessante, pertanto vi diró
di quella volta che che ho incontrato dio.
é stata la mia prima volta e forse neanche l'unica, ma
se ci sono state altre occasioni non ci ho fatto attenzione
o forse ho semplicemente continuato a camminare
uccidendolo un pochino.

quella volta, la prima, dio era su una bancarella di 
indiani, esposto in vendita tra le ragnatele degli acchiappasonno.

me ne accorsi perchè parlava una lingua simile a java, e, a farci 
caso - ma davvero bisognava prestare attenzione - era tatuato in simboli 
binari.

sembrerà strano ma non era un computer: era dio, bello, non 
ingombrante, a buon mercato e alla portata di tutti.

i turisti acquistarono anelli da pollice, pietre colorate incastonate 
in montature da quattro soldi, pupazzetti troll, tozzetti della nonna 
toscani e cd di musica andina, ma nessuno degnó dio di uno sguardo.

e rimase lì, tra lo zucchero filato spiaccicato per terra e le lattine 
di birra vuote; quando passarono per pulire, lui non c'era già più, 
ma tornerà, questo lo sanno anche i bambini, e, come al solito, non ci 
saranno redentori e apocalissi a difenderlo.

trapunto cielo

trapunto cielo

 
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trapunto il cielo bianco
da perle di pioggia
pietre fini a se stesse
ed un mondo che abbraccia
come maglione stretto
non ha mai fatto freddo 
abbastanza per vederci morti
per disegnare nel trapunto cielo
bianche lacrime di pioggia

Big Bianca

Sono un gigante dai piedi di argilla che ha appena pestato una merda

 
biodegradabile5
Dottore ho un incubo ricorrente, 
la notte i sette nani mi vengono in sogno vestiti di rosso con cappellini gialli, in fila indiana come sherpa sulla montagna, avanzano portando sulla testa vassoi fumanti di big mac: un pranzo da principi. Spingo tra la ressa di paggi, damigielle, pistoleri e bocconiani neolaureati, ma una mano mi tira dal basso, mi ferma, guardo giú e un fiatone fumante mi investe, è Eolo che mi obbliga a spendere un Euro in più per baciare la Biancaneve Maxi.
Biancaneve Maxi, appari sovrana nei tuoi capelli corvini fasciata da un abito rosso di latex, nel cartellone sopra le nostre teste rispendi mentre con i tuoi lunghi stivali a punta calpesti con aria noncurante Biancaneve Normal che, come ognuno di noi del resto, ti guarda ammirata e sognante.
Il tuo Seno Maxi è di sette misure più grande delle altre, hai la bocca gonfia che luccica come un gommone ormeggiato sullo Stige, pronto a traghettare chiunque crederà di amarti. Una settima senza wonderbra, un tuffo senza paracadute senza guardare indietro, senza pensare più a Biancaneve Normal anoressica pelapatate sguattera senza sale e senza speranze.
Un Euro in più, dottore ci pensi, un solo Euro in più, dottore ne metta uno anche lei, e potremo amare Biancaneve Maxi mentre i nani vestiti di rosso fanno girotondi ed intrecciano ghirlande di sorprese di plastica da mettere nei MacMenu.
E' compresa anche una vaschetta di vaselina che altrimenti pagheresti a parte.
Ti prego dottore aiutami perchè Brontolo è il nano del mese e la sua foto sta là incorniciata vicino al bancone frigo dove dorme Biancaneve Maxi ed ogni volta che passo davanti per andare al bagno mi squadra e mi canta una canzone che non capisco ma che nel ritornello si sente chiaramente "coglione". Vado al bagno, dottore, e mi rifletto in uno specchio sporco, appannato e mi vedo ancora piacente, ho un naso rosso e gli occhi cerchiati di bianco, un cappello giallo e calzini a righe. A fianco a me c’è Roland MacDonald che si sta lavando i denti. Non ero io, ma per quel breve momento mi sono piaciuto.
“Complimenti,” mi fa, “ha da poco suonato la mezzanotte e sei il primo cliente del nuovo giorno fiscale.” Mi strizza l’occhio ed aggiunge una applepie fatata al mio menu, che però pago. 

Pago poco, ma pago, sempre.

Sogno, dottore, sogno ancora che un bambino mi tocca con una cannuccia che è una bacchetta magica e cado a pezzi in terra, le mie membra si sfaldano e diventano cocci di vetro, legno, alluminio e resine epossidiche, i sette nani si affaccendano su di me, mi prendono, raccolgono la mia anima e quello che rimane di me su una carriola e mi spingono, mi vestono di azzurro, indosso una casacca azzurra, un pantalone nero, un fazzoletto giallo al collo, mi chiudono nel buio ermetico di una bara di cartone. 
"Arriva il principe", gridano da fuori, "Arriva il principe azzurro", e Biancaneve Maxi apre gli occhi cerchiati del suo trucco pesante, scuote le ciglia frustando intormo mari di rimmeli e si risveglia dal suo ghiaccio, si disingtegra la teca di plastica ermetica in un turbinar di microonde. Biancaneve Maxi non è poi così maxi come sul maxischermo, comunque è imponente, dottore, lo sa anche lei che è imponente, prende il taglierino infilato come la spada nella roccia e squarta il mio cartone, dal basso verso l'alto.
I nani esultano e i loro denti affilati luccicano, mentre Biancaneve Maxi con le sue enormi tette della settima misura mi monta ma non come vorrei io, mi monta non come capisce lei, dottore. Mi monta seguendo le istruzioni di una lurida pergamena perchè io sono di legno, si sono un giovanotto di legno IKEA, un muscoloso titano con una fava enorme, fatto per amare... Dottore questa Biancaneve Maxi prende il mio cazzo di mogano in mano e lo guarda, enorme e lunghissimo e durissimo, e stupita consulta la pergamena con le istruzioni, la tiene al contrario... me lo monta sulla faccia e in mezzo alle gambe m'incastra un nasino francese, all'insú, ma sempre un nasino.
Sono un Pinocchio Ikea, dottore, con la mia casacca azzurra e gialla, e un cazzo di naso da 30 centimetri.
Biancaneve Maxi mi fruga nelle tasche, non trova lo scontrino con il supplemento di un'euro per le sue grandi tette, mi guarda schifata e va via, nella sua bara di plastica, mais genetico e ghiaccio secco, mentre i nani svuotano vassoi e lavano per terra.
Cucciolo mi urta con la ramazza, il mio naso mi sbilancia e cado al suolo. Biancaneve Normal ha le mestruazioni, forse domani non verrà.
Sono un gigante dai piedi di argilla che ha appena pestato una merda.

donna dalla mole generosa

donna dalla mole generosa

sentirti ragazza, ancora

 
biodegradabile5
donna dalla mole generosa
bocca oscena come la porta 
incantata del cesso di un treno
che batte e sbatte e chiude e apre 
quando la punta del dito prende velocità
sulle tue curve sensibilmente imprecise
statici hula hops s'inanellano alla tua vita
hai comprato la nuova mini
per sentirti ragazzina ancora
ma per quanta retromarcia metterai
il tempo non tornerà indietro

superrazzismo story

Superrazzismo story

un vento freddo spegnerà per sempre la fiamma del superrazzismo che tanto amammo e che a nulla è servito

 
biodegradabile5
la prima cosa che imparai 
è che il lieto fine è assicurato 
solo nei film porno,
la seconda è che prima o poi si muore.

non c'è bisogno di altre istruzioni per fare lo slalom tra le discese della vita
e quindi dai su, infilati la maglietta nelle mutande 
e metti la tunica da ku klux klan che ti ha portato babbo natale, 
rischiarato dalle nostre fiaccole scompare il buio triste delle strade della città in festa.

ciechi sotto questo cappuccio 
il bastone ci guida nel fiume di gente 
elargendo sapiente 
randellate gratuite sulla folla allibita.

futile battaglia, 
necessaria per espiare il peccato originale 
di essere nati a meridione di qualcun altro.
proclamata l'uguaglianza di pelle razza religione e acconciatura, 
non esiste distinzione alcuna per non meritare queste vergate.

ho votato forza italo e per questo mi affliggo 
da solo con un mattarello da cucina 
appeso ad un filo di ragnatela: 
oscilla altalena folle e infrangiti sull'incudine delle mie primizie.

diamoci fuoco quando tramonta il sol 
della domanda non c'è certezza 
rincorrendo il grande fratello ci ritroveremo 
nel turbine di un sanremo 

a ripetere senza requie il ruolo da clown 
che in gioventù strappò un sorriso e qualche mutanda, 
in groppa a quello che illudendoci 
pensiamo essere un cavallo da battaglia.

guardiamo la vita passare, 
dall'obló dell'ordigno di troia nel quale ci siamo rinchiusi, 
in attesa che l'anima gemella liberi 
questo ripieno di equina meraviglia.

ahi ahi ahi mia dolce metà 
mi hai fatto cornuto senza ancora incontrarmi, 
attratta da un fricco irlandese anoressico 
dai capelli grigi e spenti come gli anelli che gli impataccano le mani; 

ancora una volta gli sconosciuti spruzzeranno antizanzare 
sul campeggio desolato del mio cuore di fine agosto 
e un vento freddo spegnerà per sempre 
la fiamma del superrazzismo che tanto amammo e che a nulla è servito.