lunedì, ottobre 13, 2008

Cicciobello Nero

caduto dal cielo bagnato di inutile pioggia
destinato dal marketing sovrano ai mondi aperti
di camerette di bambini dal doppio cognome,
mobiletti in legno chiaro;
stagione d'autunno, opulenta di vernice e diossina.

luci lontane, prima dei monti senza neve,
il babbo e la mamma qui piantarono il cartello
della brianza denuclearizzata,
lo stesso all'ombra del quale crescono i nostri figli.
com'è diventato grande, questo cartello.

cicciobbello negro sono io,
legato ad un trono di polistirolo
e sul mio passaporto la stella
per proseguire la scalata al mondo
iniziata dal fratellino biondo.

ci insegnarono a piangere
quando le nostre piccole mamme
ci privavano sadicamente del ciuccio.
io attaccavo con le lamentazioni
quando me lo rimettevano.

lacrime senza rumore,
non si so se di plastica o acqua,
i miei occhioni lucidi
sotto quei riccioloni ispidi
che nessun bimbo riuscirà mai a pettinare.

notti intere dei corti giorni dopo la befana,
io piangevo; cosa ne sai
di quello che fa battere il mio cuore.
difetto di fabbricazione, dissero,
ma io piangevo perché ero

negro

mamme ancora fumanti di sessantotto democristiano,
nostrano come un panino con la salsiccia mangiato in macchina,
sotto il tetto rosso del Mac donald's,
incombente, pesante e inutile come il nostro futuro
e capelli bruciati di permanente e dita gialle di sigarette

mamme... lo sguardo ipocritamente dolce di tutti voi mi evitava nel negozio di giocattoli,
con quella egoista certezza che comunque altri, indefiniti,
si sarebbero presi cura di me, altre bimbe mi avrebbero adottato,
ma non le vostre, destinate all'ariano bambolotto biondo
germanico, florido, flaccido e micropenico

avevo il cuore duro allora, ero più giovane,
la prima volta che una bambina mi tolse il ciuccio
una lacrima bianca rigó le mie guance nere e cicciotte e,
mentre un lampo di cretineria misto a terrore
illuminava gli occhi borghesi della mamma,

un gonfiore tra le gambe di quel mio pagliaccetto
un tremore misto a curiosa voglia, e la donna tirò via quella figliolina.
e da allora neanche le diafane luci dei neon della standa
poterono, pur per un istante solo,
sciogliere un po' della mia cioccolata, scoprendo un ricciolo color dell'oro.

o mamma che non mi ha mai comprato,
la tua bambina è una figa di legno
che parla al cellulare ad alta voce
paga di un lavoro a basso costo
e di un master in pompineria.

o tu che non hai mai giocato con me
non potrai mai sapere che inventai la musica rap
giro tra culi appesantiti da brillanti e catene
e vivo da tempo in una casetta
in cima al ghiacciaio dell'indifferenza umana.

non piango più, ma ho sempre il ciuccio in bocca.
perché se me lo tolgo, mi cago il cazzo.

che vuoi fare, mio amore sconosciuto, si muore un po' per poter vivere.

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