martedì, dicembre 24, 2013

l'aeroplano - o come lui parlasse da solo con l'aria di recitare unapoesia

aveva esitato prima di pronunciare quelle parole facendole rotolare più e più volte sulla lingua.
...
e le sue dita bianche e affusolate giocherellavano con il manico del cucchiaino da caffè. lui le guardava la punta delle dita. a forza di osservarle, provava una strana sensazione, come se la sua coscienza sì appiattisse. lei dava l'impressione di aver sollevato il lembo estremo del mondo, per disfarne adesso poco a poco la trama. 
...
quando lei aveva finito di piangere, di solito facevano l'amore. era solo dopo aver pianto che la donna lo cercava. altrimenti era lui a prendere l'iniziativa. qualche volta lei rifiutava. scuoteva la testa senza dire nulla. in quei momenti i suoi occhi sembravano lune bianche in un angolo del cielo sul far dell'alba. lune piatte e suggestive che fremevano al canto del primo uccello. a vedere i suoi occhi così lui non riusciva a insistere.
...
gli faceva venire in mente una piccola stanza dove si sentiva a suo agio. una bella stanza pulita e ordinata, con tanti nastri colorati che prendevano dal soffitto, ognuno di forma e lunghezza diversa. nastri che sembravano invitarlo, facendogli vibrare il cuore. voleva tirarne uno, era ciò che i nastri si aspettavano da lui. però non sapeva quale scegliere.
...
una volta concluso quello strano rapporto sessuale, lei gettava sempre un'occhiata all'orologio. girava un attimo la testa, che teneva posata sul suo braccio, e guardava l'orologio sul comodino. era una radiosveglia nera. di quelle che si usavano all'epoca, che non avevano cifre digitali, ma cartellini che giravano regolarmente col rumore di uno scatto. ad ogni occhiata alla sveglia, un treno passava vicino alla finestra.

da "i salici ciechi e la donna addormentata", di Haruki Murakami.
se potessi scrivere una frase sola come lui sa fare, sarei felice.

domenica, dicembre 22, 2013

I salici ciechi e la donna addormentata

chiudendo gli occhi, sentii l'odore del vento. un vento di maggio gonfio come un frutto, che aveva in sé la ruviditá della buccia, la morbidezza della polpa e innumerevoli semi. quando il frutto si spaccò nel cielo, i semi vennero a mitragliarmi il braccio nudo, soffici proiettili che mi lasciarono una leggera sensazione di dolore.

incipit

haruki murakami

sabato, dicembre 21, 2013

entropia

Sole di mezzanotte e vento freddo
Nel patio della pasticceria "dall'Entropico"
Il ragazzo staccò un foglio dal carnet
E lo appuntò su tavolo, sotto un bicchiere ancora caldo.
"ho scritto di voi, ma non leggete, non
disperdete questo momento ordinato
creato apposta per voi"
Si sedette con il blocco 
e la penna pronta.
Neanche avevo aperto la bocca per
ordinare, il cameriere alzò la bic
manco fosse una bacchetta magica
nel silenzio saturo di microonde 
disse in un sussurro
"per quanto bella sarà la torta,
per quanto dolce sarà la crema, 
è noto già quello che saprai
produrre"
Le nostre esistenze risolsero il loro senso
in un doppio click su un universo frattale
La nostra vita era uno screen saver
in un mondo senza monitors.

venerdì, dicembre 20, 2013

Erodoto e i Padei. non so...

altri indiani, che abitano a oriente di questi, sono nomadi, si cibano di carni crude e si chiamano padei.
si dice che abbiano questi costumi: se uno dei cittadini cade ammalato, sia uomo o donna, l'uomo lo uccidono i suoi amici più intimi, dicendo che egli, consunto dalla malattia, rovina le loro carni: quello nega di esser malato, ma essi, non essendo della sua stessa opinione, lo uccidono e banchettano con le sue carni.
parimenti, se è ammalata una donna, le donne a lei più amiche fanno lo stesso che agli uomini.
se uno poi raggiunge la vecchiaia, lo uccidono e lo mangiano.
ma non molti di loro ci arrivano, dato che in precedenza uccidono tutti quelli che cadono ammalati.
ERODOTO
Storie III

giovedì, dicembre 19, 2013

il dittatore


dita

dita troppo grosse battono sul mio display
non apriró mai e manderó parole sbagliate
per togliere la spina al senso delle cose
e cambiare il posto dove molte volte
ti hanno visto seduto guardare in basso

lunedì, dicembre 09, 2013

i giorni di merda non hanno tramonto

scomparire
salta la luce
dovrai spegnere il forno o il ferro da stiro
decidi se mangiare stasera
o se avere lenzuola e asciugamani per la settimana
nella metro affollata l'email ti insegue
gli avvocati non fanno progressi ma chiedono soldi
la casa non ingrana e i vicini sono stronzi
ti senti come seppellito da una campana di niente che ti ruba persino l'ombra
devi uscire per respirare, riprenderti quello che puoi, la folla è un muro che all'improvviso si apre

un segno del destino

il flusso ti trasporta via e finalmente voli tra due ali di gente, inarrestabile
atterri dove il tempo si è bloccato improvvisamente e mentre un bambino sta vomitando
la folla si richiude indifferente scivola via
le tue scarpe sono sporche, ormai non puoi nemmeno più scomparire

martedì, dicembre 03, 2013

il valore del vuoto

aspettare, aspettare.

per un piccolo progresso doveva essere pagata un'attesa, ogni giorno il tempo si allungava.
capriccio o incapacità, la mente richiedeva spiegazioni, la voce gridava semplici esigenze, le azioni cercavano il compromesso.
la volontà sottomessa a inverni e calore e poi ancora foglie per terra e il sole che andava giù, prima dorato, poi vermiglio e poi un tuffo rapido nel buio.
e poi ancora, aspettare, aspettare.

il giorno che la sabbia sporca di un'isola concesse il respiro dopo tanto nuotare in cerchio, pregando affinché emergesse, fu quando arrivarono molte ore di sonno, regalo e segno di cambiamento.

l'ombrello andava chiuso, era sereno ma c'era chi pretendeva piovesse, ancora.

l'attesa del soldato é veglia e pazienza, abbandono consapevole e silenzio prima dell'attacco.
i cacciatori, in siberia, usano portare delle bacchette di carbone nei gambali; ci sono cani che, muti, lasciano la presa solo quando sentono scricchiolare l'osso.

so che non c'è carbone nei tuoi gambali.

alla fine, il vuoto che rimarrà sarà la cicatrice delle tante schegge di niente che hanno consumato tutti questi giorni.

venerdì, novembre 29, 2013

microporno

arrivarono insieme, o forse s'incontrarono al bar.
fatto sta che le loro vite entrarono in sincronia quando sul bancone la signora dai capelli di stoppa posò le due tazze di cartone.
cappuccino per lei, espresso per lui, doppio.
si mossero verso la sala, per ordire su un filo di voce l'ennesima guerriglia contro il nulla, il suo cucchiaino di plastica inizió ad orbitare attorno al pianeta bruno cerchiato di bianco, una scia ad ogni giro, disegnata da una cometa.
c'era altra gente giusto prima di arrivare ai tre minuti di intimità pubblica, e, in simmetria, si portarono ciascuno ai due lati del tavolo.
due flussi di chiacchiere presero la via, e non s'incrociarono: due lacrime parallele che cadono senza motivo quando fuori nevica. non sei triste, non hai male, il freddo dipinge due piccoli fiumi lucidi. tutto qui.
gli amici li lasciarono giusto all'ultimo scampolo di cappuccino, il caffè era già finito.
nelle sue belle mani il cucchiaino flessibile fu per un istante fu bracciale, o anello, o entrambi.
lui accartocciò il bicchiere di carta, lei gli porse il suo, un piccolo movimento del polso e uno sguardo che le onde immobili di schiuma non restituirono.
i due bicchieri si sorpresero l'uno nell'altro con la naturalezza degli amici e la dannazione di un attimo sfuggito al tempo.
lei li buttò via senza voltarsi, entrambi si separarono verso altre faccende.

martedì, novembre 26, 2013

napoli di romania

non ho una musica da invocare che guarisca le mie parole e le guidi nell'alveo di una melodia.
pochi metri su di Sarajevo, mi sciolgo e scivolo verso sud, attratto dal centro del mondo.
laggiù tutto si accumula e lento fugge alla ricerca del freddo, quando l'aria tropicale blocca il respiro.
dalle foglie dense cresciute sulla sabbia si sentono i rumori industriosi di animali sconosciuti,
impegnati a tirare giù la notte, una coperta che non riesce a nascondere un tavolo troppo grande.

ci incagliammo in un hotel che era stato magnifico, scavato dalla ruggine come una montagna,
piastrelle bianche e nere rubate a chissà quale pianoforte, e davanti il mare imprigionato da Corinto.
un giocattolo animato da tempeste in miniatura, per noi uomini di sponda, solitari nel silenzio,
incantati dal filo di paglia dell'unica strada, e di quello che era stata una città nuova, tempo fa.

soldati ben vestiti, la sera aspettavamo di vederla arrivare, con l'ansia di essere troppo giovani,
c'era chi disse di averla vista, ma mentiva di sicuro, non l'avrebbe barattata col tormento dell'attesa.
lei era le note fuggenti di una fisarmonica, che spariscono quando la fermi per guardarci dentro,
noi, ombre giallo scuro nella piazza tiepida dove il capodanno era auguri silenti e sorrisi.

stellati dai monti a picco i fichi d'India rotolano a farsi il bagno insieme a gente come noi,
nati orfani della musica dentro al cuore, che la cerchiamo negli occhi degli sconosciuti.

giovedì, novembre 14, 2013

dollari

ho innalzato montagne, mi sono tuffato ed ho nuotato
lo faccio con i dollari, in nostalgia di quando ero ricco
ospite fisso di un mondo di sabbia e di mare

martedì, novembre 12, 2013

buche.

macchine pazienti tagliano l'asfalto, lasciano nudi muscoli di terra, in gara con i semi arrivati a chiudere di verde la ferita.

illuso di sapere il nome ogni cosa, non so come rivolgermi alle buche sulla mia strada.

cangianti, sono il vento che mi fa oscillare quando l'aria è calma; vorrei mapparle come si fa con i nei.

morbidamente sonore, posso sentirle cantare, carezze distratte su solchi di vinile.

tatuaggi che la velocità matura in cicatrici, vibrazioni che s'infiltrano nel mio sonno di passeggero.

un ago buca la nebbia, lascio un filo che non mi girerò a guardare.

so che cucirà un pezzetto di mondo, e questo dovrebbe bastarmi.

lunedì, novembre 11, 2013

tre punti

la singola parola, affilata, ricama il bianco che si staglia quando si deve fare o creare.

la frase cade dove credi sono state scritte tutte le frasi, e composte tutte le canzoni.

pensieri sbocciati, allineati su un prato senza fine, non puoi trovarne due uguali.

dipinti tutti i volti, urla di rabbia a quel dio che regala la meraviglia di un nuovo cielo ad ogni ora.

tu, o qualcun altro, chi poserà la combinazione di lettere che chiuderà tutte le storie, ti domandi.

       ...e sei ancora ad affilare la prossima parola

una ancora e non sarà l'ultima, ma non lo saprai, punto dell'universo dove il mai non é stato ancora concepito.

venerdì, novembre 08, 2013

passi

il mio spazio nel mondo 
é il rumore dei passi
nei luoghi che ho trascorso 
due o tre istanti prima di questo 

e il capriccio di una matita
cibo per la gialla palla di un post it
che va a dormire in un tombino

acqua invisibile colora di pioggia
piccoli fili d'erba tesseranno soffici mondi
tappeti verdi vinceranno questa notte

mille righe sottilissime di velluto 
lo stesso che avrei voluto su di me
se avessi trovato la taglia giusta

giovedì, novembre 07, 2013

ascensore

un metro quadro azzurro e bianco
rapisce la parte leggera e sale via
smog colpevole di luce la reclama

uno stadio foderato di specchi
e dappertutto c'ero io piccolo
abbastanza da cantare il rumore

ogni telefonata raccontava un amore
e il dio di ognuno era buono e diverso
promise una notte tutta blu scuro

regalavano palline di gomma quel giorno
sperando di ispirare un mondo migliore
ma rimasero solo palline di gomma

lunedì, ottobre 21, 2013

rapita a vedere passare le nuvole

semafori rossi luci gialle insegne stanche
minuscoli ori tessuti nello scuro e bianco
specchio appannato della notte di nebbia
mondo scorri dormi parli dietro la finestra
avanzi erodendo al futuro attimi e sospiri
riflessi distorti sulle scarpe di vernice nera
di una ragazza che pesca momenti di alba
un oblò l'ha rapita a vedere passare le nuvole
attendono insieme il sole, che se non riscaldi
appiani le pieghe del letto lasciato presto orfano

venerdì, ottobre 18, 2013

lucertola

freddo ma non tanto da impedire di rotolare in salita verso il nulla che un altro giorno lentamente riempirà

una parte legata ad una pietra, molto lontano da qui; e solo a saper tornare indietro si potrebbe volare

la lucertola si guardò il culo nudo e la coda ormai perduta,
una lacrima pulì la ferita, e, reclamata dal mondo, 
fuggì via

non chiedermi dove, la storia non so come finisce.

martedì, ottobre 15, 2013

foglie gialle

uno spillo tiene fermi gli attimi del mondo

si avvicina una macchina per portarmi via

la strada bagnata colora le foglie gialle

"per noi che viviamo d'estate il mondo finisce qui

ritorneremo ancora e saremo le stesse ma diverse"

il cielo si specchia sul lucido dell'asfalto

identico a ieri da quando esiste ieri

lunedì, ottobre 14, 2013

73


Sodio, vetrine, colori illuminano un cielo che è una tazzina di caffè capovolta.
Dalla sabbia, una voce mi canta fascinosa la prossima fermata, giro intorno alla città, all'isolato, al palazzo; giro per non sembrare immobile visto dalla Luna.

Giro.

Un'asola scucita, un odore di vissuto, uno sguardo che mi trapassa, in una ressa morente di prima giornata, volti tinti dalla mezzanotte del mondo, mi dicono 'siamo qui, ma sognavamo un altro paradiso'.

giovedì, ottobre 10, 2013

Topi

Topi seduti sul tuo palato
Cantano il blues del cibo scaduto
Quando mi baci mi rubi il fiato
E mi ricordi che non hai cagato
Topi morti sotto il tuo palato
Danzano il walzer del vino avariato
Il retrogusto del tuo baciato
Sa di marrone e non è cioccolato
Surfano i topi sull'onda del fiato
Il blues ed il walzer già hanno danzato
Oggi coi baci abbiamo già dato
Ho il cuore trafitto ed il naso abusato

mercoledì, ottobre 02, 2013

Ditate sul vetro

Notte senza sonno, dalle due alle cinque, tre ore di musica in cuffia e ditate sul vetro che separa l'aria da un mare di parole che credo di non saper scrivere.
Evaporato l'ultimo attimo giá da molti anni, resta un vuoto a rendere; non si consuma, tantomeno si distrugge
Un valore di poche lire giustifica la sua immortale esistenza; il sole ha visto ombre di ogni dimensione generarsi asciutte e quando non era notte, talvolta, si guardava nello specchio lasciato dalla pioggia, insieme ad un altro abito di patina
So che per un attimo dio sarà qui e proporrà il baratto tra una briciola del mio morire e una estensione di quella eternità che è diventata insostenibile per entrambi.

giovedì, settembre 19, 2013

Search and destroy

Quanto buie sono queste sere, e come sono grandi le bugie sbirciate sul cellulare di chi ti siede accanto, occasionalmente.
Inutilmente si dá un tono, cerca di essere, di gridare la propria esistenza, in uno spazio dove siamo troppi, e la frontiera è lontana di qualche passo. Mai cercare di superarla.
Il vicino è famoso, ha charme, veste meglio e ostenta un asciuttezza anoressica, più mangia e più è piatto, e sorride, con denti bianchi e dritti, con lo sguardo di chi sa.
E fammi scendere, ho necessità di tornare indietro, prima della mia caduta, ecco quello che dice il mio prossimo, ecco quello che dico io. Ma non c'è stata mai nessuna caduta.
Si è, come un canale alla TV, che prima o poi qualcuno ti spegne, prima o poi qualcuno ti cambia, e ti riaccende, e poi ti cambia, ancora.
Destroy.

venerdì, agosto 30, 2013

Castelli fasulli

Trecento chilometri di distanza, ovvero tre ore in automobile.
Quanto basta per sentirsi vicini e tuttavia sufficientemente distanti da non vederci.
Sulle sommità di due castelli ci cerchiamo, con la coscienza di saperci appena oltre il filo dell'orizzonte, inutilmente allunghi il collo per arrivare quel pelino più lontano che non ci è concesso dalle autostrade vuote che costruimmo anni e anni fa.
E nelle notti quando la luna cade nel vuoto e mani invisibili dipingono di buio alberi e panchine, il mio cuore cessa di battere, e i grilli cantano il silenzio, per sentire il ticchettio lontano del tuo rolex fasullo, portato dal vento d'arabia...

giovedì, agosto 22, 2013

Focaccine

Focaccine nel silenzio
Focaccine nel tramonto
Focaccine nei tuoi capelli
Focaccine gridano alla luna
Focaccine dischiuse e amare
Focaccine come perle infilate
Focaccine al posto del tuo cuore
Focaccine sorridono senza amore
Focaccine in notturno dal benzinaio
Focaccine ancora e ancora focaccine
Focaccine esultano e fanno un girotondo
Focaccine cadono sul nostro albero di natale
Focaccine nelle scatolette che nutrirono gli eroi
Focaccine come un sesso inciso sul legno dell'ascensore
Brillano, focaccine dal fondo di una poesia triste
Si spengono le focaccine, e con loro si spengono le stelle

mercoledì, agosto 14, 2013

Giochi di ferragosto

Il seppellimento nella sabbia
(Gioco musicale)
Seppellire il bambino nella sabbia, e poi stare ad ascoltare il walkman, volume a palla.
Vince chi riesce ad ascoltare più canzoni.

La capa di mellone
(Halloween prematuro)
Svuotare un cocomero e riempirlo di vodka. Usarlo per un festino dove tutti gli invitati ne bevono con la cannuccia. Alla fine della festa, farci due buchi per gli occhi e infilarlo in testa al bambino.
Preparare un percorso ad ostacoli e liberare il bambino in spiaggia dove i fumi alcoolici gli faranno compiere fantastiche acrobazie.
Il casco di cocomero può essere rotto con le mazze degli ombrelloni, per aggiungere un po di pepe, giocare bendati, tipo pentolaccia.

Il piccolo tip tap.
Comprare due gelati al cocco, conservare i cocchetti ed usarli come scarpette per il bambino. Lasciarlo libero sul pavimento di marmo. Se non sa camminare ancora, usare quattro cocchetti. Per fermare gli zoccoletti usare qualche goccia di bostik.

La mummia di carta igienica.
Bendare il giocoso pargolo come una mummia. Se ne vanno due o tre rotoli di carta igienica. Quando la mummia è pronta, buttarla a mare, ripescarla subito e rotolarla nella sabbia. Lasciare asciugare al solleone: si formerà una specie di corazza di cartapesta, pronti per un nuovo gioco.
Se la corazza non si sfila, è una buona occasione per concedersi la rivincita alla pentolaccia.

giovedì, agosto 08, 2013

Hot dog

Un pupo siciliano con la spada nuda
Scatti elettrici e strizzate d'occhio
Mi fa cenno di andare a vagare
Che i baci col rossetto son finiti
E dell'amore rimane l'agro
Di un ultimo hot dog coi baffi
Fugace cometa avariata
Dolce bibita sgasata
Sei lo specchio in cucina
Che trasmette la mia faccia
Quando le tazze sono tutte sporche
E la necessità mi serve il caffè dal piattino

venerdì, luglio 05, 2013

stagioni polverose








polvere di stagione,
la bifolca  dal viso andato a male,
nella ricorrenza del santo dimenicato
lavora all`uncinetto un festone bianco e avorio
con su ricamato "non si chiava mai"
e i bambini in fila con un soldino in mano
comprano il gelato vulcanico dalla carretta spiaggiata.
freddo fuori e caldo dentro, ne mangiano e ne periscono;
giacciono tutti sulla schiena immobili e boccheggianti
all`ombra dei loro piedi piatti di un sole calante che domani non tornerá.
corrono incontro ad una nuova era glaciale
che é pronta sin dall`inizio della stagione calda,
la polvere altera l'odore delle focaccine
e quel poco futuro che resta é una puntata giá vista alla tv.

venerdì, giugno 14, 2013

Correzioni

Il correttore automatico toglie il senso delle mie volgarità, mi porta in un mondo pulito dove le parole non tagliano e non funzionano.
È la madre di un soldato che gli dà un buondì motta prima di partire in guerra.
È il quadrettino sfuocato in mezzo alle gambe aperte dei giapponesi nudi.

venerdì, giugno 07, 2013

Sotto un tram

vestito stirato
sole, occhiali
musica cuffiette
iPhone firmato
preso dal mondo
sotto un tram
via dal mondo
tutto come prima

venerdì, maggio 31, 2013

Topi

Topi morti sul mio palato,
ballano il blues del cibo scaduto
La notte svanisce senza luce,
il treno travolge sorrisi e amori
Corre carico di pance pesanti,
e chili di merda rivestiti d'umano
Latitudine nordica come un muro,
protegge foreste e malagrazia
Trasandate colazioni alcooliche,
selvaggiamente adorano Montessori
Valori che non sono i nostri,
noi che crediamo nel Mulino Bianco

giovedì, maggio 16, 2013

Vampirata

Salta la puntina sulla nostra canzone
Familiari parole straniere barcollano
Perse su un ritmo che non balla
Odora di aglio questo amore opaco
Una pompa e il transilvano muore
Sfrigola su un letto di zampirone
Cenere su un quadrello di carta igienica
Da una nuvola di starnuto l'aria disegna
Quel poco che avanza della tua virtù

venerdì, maggio 03, 2013

No sex and the city (la donna che non tromba)

Freddo tramonto allunga le ombre
di un altro amore mai sorto
dentro e fuori da tubi e tombini
ascensori trombano le scale
amplessi di asfalto e cemento
metropoli, grancassa delle mie voglie
bastonata da tutti i membri che non ho preso
A dieta di maschio il cuore mio anoressico
echeggia nel corpo appessantito dalla noia
ho preparato cristallo e piume
ma l'uccello becca altra mollica
profumo di bugia, scoregge in bolle di sapone
in attesa di un improbabile chiamata
polvere si accumula nel mio soggiorno
Amico dello snorkling senza tubo
emergi dalle acque della mia fantasia
penetri nel mio immaginario
pane per la mia anima di porchetta
sui muri scorrono lenti i tuoi graffiti
tristi come una notte senza salsicce
ristoranti chiusi seccano la mia bruschetta

domenica, aprile 28, 2013

Orfeo e Euridice. Tragedia per chat e uno turbo

Orfeo Buongiorno signora

Euridice buongiorno a Voi mio Sire

Orfeo Come state? Anche oggi vi sono spuntati due seni sul petto, o forse mi date a intendere che qualcosa di anormale è successo?

Euridice .. come al solito stamane vostra dama si è alzata con due piccoli vulcani.. e boschetto misterioso..

Orfeo Dovete stare attenta agli incendi che d'estate causano dolo sulle proprietà del reame

Euridice vostro regno in pericolo allora mio sire.. bisognerebbe prendere misure di sicurezza..

Orfeo Diro' al sarto reale di preparare un vestito da spiaggia in ermellino con idrante nelle mutante. E' chic, fa rima e credo che un pacco sul davanti possa donare alla vostra persona un non so che di ambiguo che fa moda

Euridice no mio sire.. non ermellino.. mi fa senso.. perizoma di ghhiaccio andrebbe meglio..

Orfeo Ordinerò un perizoma di coca cola ghiacciata, è più frizzante e non lascerà trasparire le vostre intimità

Euridice .. ma pizzica!

Orfeo Lo troverete eccitante, e sarà piacevole giocare a cricket con granelli di sabbia sulla vostra pelle d'oca

Euridice va bene mio sire, come Voi ordinate... ma come farò la sera a liberare mio corpo da granelli... dovreste mettere a mio servizio un servo.. eunuco s'intende per pulire mio corpo e spalmare olio

Orfeo Sia. Ma Vi facevo più furba, mia signora. Un'altra al vostro posto avrebbe preteso due nubiani tutt'altro che eunuchi

Euridice ma io non tradirei mai mio sire!!! aspetterò voi nelle mie stanze..ala est del castello

Orfeo Fatemi ricordare... ala est, quella per caso tra Linate e città studi? Sapete, il castello è ampio, e la pianura padana così stretta. Prima o poi dovremo trasferirci al mare

Euridice al mare?? si!

Orfeo Ho udienza, mia Signora, a Voi chiedo perdono e affondo con tutto me stesso nella Vostra infinita comprensione, anche se avrei preferito tuffarmi nel Vostro cuore, o, come alternativa naufragare sul vostro seno, o, come possibilità più plausibile, parcheggiare la mia uno turbo truccata sul ciglio del vaffanculo

sabato, aprile 20, 2013

I tre terones

Ci vedemmo al concerto dei tre terones: Bavarotti, Flaccido Domingo e Banderas.
C’era pure Riccard di Capri, l’attore.
Vivere tra le convoluzioni cerebrali di Bartalameo era sempre più difficile. Sbagliava tutti i nomi, shakerava i verbi e sodomizzava congiuntivi.
La sua parola era uno sport estremo.
Decise di diventare sordomuto, e da lì iniziò il suo successo nella vita.
Alla fine siamo tutti o smarties o m-ments: tutti uguali e colorati fuori, ma dentro c’è chi ha la cioccolata e chi la nocciolina.
Così dicendo Melchiorre coprì il panettone con un reggiseno trovato in cabina e s’addormentò come un angelo infedele.
Gli altri due, nella stanza accanto, si stavano giocando a tressette acrobatico la mano di Bartalameo, l’architetto tutto da amare, tutto da sposare.
Intonò la sua canzone; era sordomuto, per scelta, ma la natura lo aveva notato di occhiali potentissimi, tenebrosi, talmente potenti e tenebrosi che riusciva a sbirciare le carte dei due.
Anche i sordomuti fanno preferenze, ed era chiaro che Bartalameo voleva dare una mano al terribile Actarus... ma come avrebbe potuto dargli una mano se era sordomuto?
"Sono sordomuto ma non monco", risuonò sibilante nella testa vuota, il suo pensiero dalle tipiche consonanti mosce, "e ti giuro che se solo sapessi farlo m’ingengerei per trasformare il ruomore che scivola impalpabile sulla mia pelle come una una corazza di seta, in un tango nel cui vortice vorrei portarti via, e perdermi con te."
A saper ballare.
Ma sono architetto e dovrò architettare qualcos’altro.
Questo era nella testa di Bartalameo, mentre Gaspare calava un tre a bastoni annichilante, ad altissimo peso specifico.
Non parlava ma emise un gemito, quando il terribile Actarus gli menò uno scappellotto accusando una perdita di mille talleri più I.V.A.
Questo non passò inosservato da Melchiorre che vedeva e sentiva dalla cabina a fianco e mai avrebbe immaginato tante cose.
Ma decise di rimanere in silenzio e quella notte si uccise perchè incapace di mangiare il panettone e, di conseguenza, carpire il segreto nascosto tra i canditi.
"Pensa", disse a se’ stesso guardando da dietro le tre mogli-piteco di Bartalameo, "basterebbe un capriccio di una di quelle e sarei felice."
Poi gli cadde la scialuppa in testa e fu il nulla: un teddybear svuotato della sua paglia, e la sua anima finì all’inferno.

mercoledì, aprile 17, 2013

lunedì, aprile 15, 2013

Cinese fai da te

bidimensionale riflesso
della mia faccia ingiallita
dall'acqua della tazza
dopo un lascito liquido

alter ego dagli occhi strizzati
al di la' di uno specchio senza Alice
chiede se l'uomo deriva dal cinese
o magari e' il contrario

Cinese fai-da-te
in attesa del tuo avvento
piovono sigari sul tuo viso
ma non sarai mai Che Guevara

Trip advisor presenta: Ristorante "Il Transatlantico"

Grande posto, pochi tavoli, camerieri demotivati ma numerosi, tanto che alcuni fumavano e giovano a poker fuori sul marciapiede, che il posto dentro scarseggiava.
La signora che ci ha servito al tavolo, la mattina potevi trovarla in giro tra gli ombrelloni, a fare i massaggi in spiaggia, non molto efficaci, ma del resto, cosa pretendere per 5 euro? Per qualcosina in più fa anche da badante, te lo stira e te lo ammira (questo non l'abbiamo provato però).
Menù classico: spaghetti con lo scoglio dentro, salmonella locale, e un pesce che sembra Max Pezzali degli 883. Negli anni 80 ci hanno mangiato Scialpi, Falco e Cristina Da Vena, e a quanto ci risulta sono ancora vivi; ci sono ancora le foto con il proprietario, vestito come uno degli Spandau Ballet.
Qualche giorno prima della sua morte c'è andato anche Maurizio Mosconi, c'è chi dice che ascoltando al contrario una delle sue interminabili bestemmie su Youtube, si possa distinguere chiaramente il menù del ristorante, con prezzi in lire e tutto.
Intanto che arrivava l'antipasto ci siamo finiti due sudoku a testa, livello di difficoltà medio. Grandiosa l'idea di un cameriere di mettere a disposizione delle settimane enigmistiche e delle matite, giusto per ingannare l'attesa. Dopo bisogna cancellare però, come gesto di cortesia per gli altri avventori.
La serata si è animata quando un'anziana ha trovato un molare tra gli spaghetti, facendone partecipi tutti gli altri clienti. Dopo un po' di sgomento la situazione si è risollevata: il molare era stato perso proprio dalla stessa donna.
L'aiutante malese del cuoco per 2 euro ci ha inciso sopra il nome della signora e ne ha fatto un magnifico portachiavi.
Tutto è bene quel che finisce bene, insomma, a parte la morte di un cameriere durante il secondo turno, compensata immediatamente dall'ottimo limoncello della signora Maria, la madre del proprietario, fatto con il limoni coltivati nella loro tenuta dietro al termovalorizzatore, località Controvento.
Ampia l'area dedicata ai bambini, stile ikea, con palle di gomma, recinto spinato, minizoo con il somaro Tobia capace di esilaranti erezioni a comando (bastava un fischio).
Per i pensionati, ogni fine mese, si organizza la 24 ore del videopoker con macchinette elettroniche rubapensioni; si rilasciano certificati di morte, se serve la cremazione la possono fare sul posto, lato barbecue.
Rapporto prezzo-prestazioni a seconda delle prestazioni, talvolta anche anali.
Ogni sera, a mezzanotte spettacolo di sgommate nel parcheggio organizzato dal proprietario, che ha l'hobby delle macchine truccate.

venerdì, aprile 12, 2013

complimenti

- Complimenti, lei ha vinto: ha diritto ad esprimere un desiderio e noi lo esaudiremo.

- Ammazzati

venerdì, marzo 22, 2013

il manager con le all star

Lanciato il nuovo sito

http://il-manager-con-le-all-stars.blogspot.com/

Un sito utilissimo con i consigli per diventare un manager giovane

giovedì, marzo 07, 2013

microevoluzione

in dieci anni la microevoluzione ha fatto passi da gigante.
dal solitario di Windows ai filmati sull'iphone, il cervello trova sempre un modo più efficiente ed attuale per rimanere spento.
Una passiva e perversa intelligenza muove un orologio indifferente dove tutti sono ingranaggi e nessuno può vedere che ora è.
ora che il papa si è licenziato da Dio, headhunters contattano candidati su internet; manda anche tu il CV e attendi fiducioso. richieste references in miracoli, capacità di camminare sulle acque, almeno tre reliquie e bella presenza.

martedì, febbraio 26, 2013

I bambini inutili


Scappano i bambini inutili, corrono, si disperdono urlando, terrorizzati.Sono delle mosche, con le falde dei cappottini svolazzanti nel turbine freddino della piazza stinta da un sole malato, che saprebbe fare di meglio, sicuramente, ma non in questo momento.
Li senti quegli acutini da topo, gridano stupiti, i bambini inutili, interrogativi, maldestri sulle gambettine esili, capitombolano e ritornano al punto. Attorno all’Uomo della Monnezza.
Magro, stretto nei suoi pantaloni mimetici, aderenti, un ciuffo beffardo color alluminio, un panzone spropositato su quell’esile tronco da ballerina di bordello.
Li ignora, ride con un dente solo, e spazza la monnezza con la sua scopa magica.
I bambini inutili gli vanno vicino.
Una spazzata più energica, un movimento brusco dei suoi capelli di amianto ed eccoli che scappano di nuovo, gridando, allontanandosi da quell’essere terrorizzante in una spirale aperta.
L’uomo della monnezza ridacchia e si gode le beffe che quei mostriciattoli si fanno di lui, si piega col palettone a raccogliere foglie secche e mozziconi.
Uno dei bambini, sicuramente il più inutile di tutti, e di conseguenza il più coraggioso, gli si avvicina alle spalle, mentre gli altri stringono il cerchio, svolazzanti nei loro cappottini troppo grandi.
L’uomo della monnezza finge indifferenza, sembra che non noti il temerario bambino inutile, si guarda la punta delle scarpe, per non farsi scoprire. Sa che c’è un bambino inutile dietro di lui.
Tutto si fa silenzio e solo il fruscio della ramazza fa da padrone, nella piazza bianca.
Uno scatto.
Svuota il palettone nel secchio stracolmo, lancia uno sguardo da sotto l’ascella ed inquadra con un unico movimento del collo il piccolo bastardino inutile, oramai a mezzo metro di distanza, e lo fulmina con una smorfia cattiva e goduriosa che parte dai suoi baffi neri e spennacchiati.
Gridano, come dei piccoli sciacalli pavidi e fuggono lontano ancora una volta, lontanissimi, i bambini inutili.
Lontani, ma torneranno, lo sa, l’Uomo della Monezza, e continua pazientemente a curare il selciato, con malcelata solerzia, e ridacchia.
Senza neanche fermarsi, giunti al limite estremo della loro corsa a spirale, i bambini inutili invertono la direzione e nel tempo di una risatina gli sono vicini, ancora, confidenti e timorosi; di nuovo cola silenzio sui bambini inutili, un silenzio che impasta i loro movimenti, lentamente, sino a immobilizzarli magneticamente attorno al diavolaccio che sta armeggiando con il cestino delle immondizie. Un cestino enorme, bello carico di ogni schifezza, che lui maneggia con la grazia di un amante presa a credito.
Piano piano, senza farli scappare ancora, tira fuori dalla saccoccia il saccone di plastica nero e si accinge a riempirlo con i rifiuti del bidone. Vedendolo così indaffarato, i bambini inutili gli si stringono intorno, godendo sommessamente, addirittura uno di loro, un piccolo selvaggio, non si sa se maschio o femmina, ma non importa, gli tocca un lembo del maglione acrilico, elettrizzandosi con una scarica statica al contatto con quella stoffa mimetica.
I bambini inutili esultano soddisfatti, come degli indiani sporchi, e non notano gli occhi dell’Uomo della Monnezza che sono diventati due lampadine rosse, e stanno emettendo l’ultimo, fortissimo, cattivo lampeggio prima che quel diavolaccio spenga tutto chiudendo per un impercettibile attimo le palpebre.
Con uno scatto mai visto prima, l’omaccio si rizza in piedi, diritto con la panza a bandiera sugli stecchi delle gambe. Con una frustata decisa, gonfia il saccone nero d’aria e si volta di scatto verso i bambini inutili, punta il nanerottolo più lontano, quello che si sente più al sicuro perchè distante, più rilassato, meno pronto a scattare.
Con un urlo che squarcia il silenzio e sovrasta i mormorii dei bambini inutili, l’uomo della monnezza in un balzo atterra con il saccone nero sopra la piccola preda cattiva, mentre tutti gli altri scappano come scarafaggetti in cappotto.
Una mossa sola, un armonico virtuosismo da torero, e il sacco racchiude il bambino inutile, intrappolato come una stupida mosca sotto il bicchiere.
Si dibatte, il bambino inutile, ma ogni suo movimento è vano. 
Adesso si vede la vera faccia dell’Uomo della Monnezza, è a metà tra Manfred e Charles Bronson, con quei denti color del pianoforte, quei baffoni spioventi che gli tracciano sotto un ciuffo infarinato di limatura di ferro, un tristissimo sorriso da cartone animato.
Con delicatezza e professionalità chiude il laccetto del saccone nero che si muove di vita propria mentre l’aria è scossa dagli urletti lontani dei bambini inutili.
Attorno all’Uomo della Monnezza c’è il vuoto. Nessun bambino inutile, solo lui e il suo sacco.
Il topocane razzola sulla piazza, scombinando il lavoro dell’Uomo della Monnezza, rovistando tra i mucchi di foglie e cartacce che il figuro aveva raccolto.
I bambini inutili ritornano, silenziosissimi, mentre lui è chino sul sacco, gli si fanno intorno, sono attratti come se l’Uomo della Monnezza fosse il tappo di un enorme lavandino bianco e loro delle gocce d’acqua coperte da svolazzanti, inutili, cappottini. Fingono di giocare al pallone, ma si tengono vicini, accomunati dalla magia e dalla paura.
La palla rimbalza via, un piteco con i jeans dipinti addosso si china a raccoglierla, inquadrando il suo sederone nel campo visivo del cammarero del bar, che, confuso dal doppio tramonto denim, perde il controllo del blocchetto elettronico per le ordinazioni, e segna un sovrapprezzo ormonale di 20 euro, al cliente svenuto sul tavolino per aver atteso troppo.
I bambini inutili attendono la palla ma è troppo tardi: è intercettata dall’Uomo della Monnezza, che la blocca sotto lo scarpone, e con una ramazzata da samurai ne stende un altro, mentre gli altri si disperdono urlando col vento.
Il cammarero si avvicina, guarda silente il predone mimetico, che con un lieve calcio gli passa la palla.
Il cammarero la ferma col piede, si china a raccoglierla, poi estrae dal panciotto di pelle nera un coltellino e con la perizia di anni d’esperienza, taglia la palla in due semisfere perfette.
Dispiaciuti, delusi, ma sempre ipnotizzati, i bambini inutili si avvicinano ancora una volta; di poco, ma si avvicinano.
I due complici si calano sulla testa ognuno una metà del pallone. Con quel copricapo ispirano simpatia. 
Simpatia e reverenza.
Sorridono tra loro, scherzando in modo sommesso.
I bambini inutili si avvicinano ancora un pochino.
Ridono, i bambini inutili.
Con un fuoco di sguardi complici, il cammarero e l’Uomo della Monnezza si posizionano l’uno di spalle all’altro, fanno contemporaneamente un passo indietro e si toccano con la schiena. Un movimento sincrono con la testa all’indietro e fanno scontrare i loro ridicoli cappellini.
Sembrano entrambi perdersi con lo sguardo nell’orizzonte, ma quando il primo bambino inutile è a tiro, il cammarero gli ammolla una volèe di vassoio sul capoccione grasso, di rovescio, un po’ affettata ma efficace.
In un niente volano mazzate manco fossero coriandoli a Rio de Janeiro.
Tra le botte secche di ramazza e i rimbombanti gong del vassoio la piazza si riempie di un ritmato tripudio di sonorità, grida di dolore e lamenti, che sembra di stare ad un concerto dei Pooh.
I bambini inutili smaltiscono le loro malefatte, le abboffate a colazione, i capricci con la mamma, i troppi giocattoli, i dispetti.
Passa pure il topocane in questa festa punitiva e ritira anche lui la sua razione di meraviglie, portandosi via ululando una vassoiata sul groppone ed una ramazzata sulle zampe corte.
Un cliente del bar che sembra Silvio Pelvico con questa barba di cemento che gli fa il giro della faccia glabra fa per dire qualcosa, ma il cammarero tocca il blocchetto elettronico e gli affibbia altri 20 euro di penalità. Silvio Pelvico si siede in silenzio, ridotto all’impotenza come un Muzio Scevola senza braccia.
Tutt’attorno è come una notte stellata di mazzate.
Il cammarero e l’Uomo della Monnezza lentamente si incamminano verso un’altra avventura.
I bambini inutili vorrebbero raccontare alla mamma la loro avventura, ma hanno la coscienza sporca, prenderebbero altre mazzate. Uno di loro raccoglie il mezzo pallone lasciato dall’Uomo della Monnezza, se lo mette in testa, e inizia a correre per la piazza bianca, seguito dagli altri bambini inutili, svolazzanti nei loro cappottini.

venerdì, febbraio 22, 2013

Taxi



mio amor che non conosco
un metro quadro di buio
s'infila nella notte del nord
.
sono la mandorla di un
confetto giallo che sfreccia
nella notte del nord
.
l'uomo che guida ha un fiato
di sigaro spento nel vino
scoreggia nella notte del nord
.
da far cadere gli angeli dalle stelle
da spegnere il dito di ET
da cancellare le canzoni sul mio iPod




domenica, febbraio 10, 2013

arcobaleno marrone

a pochi passi dell'infinito
il primo fiocco di neve
s'infranse silenzioso
sui gradini di asfalto.
in un mondo senza luce
una scoreggia altro non é
che il tuo caldo, piccolo
arcobaleno marrone.

giovedì, febbraio 07, 2013

Cicciobello nero (reprise)

caduto dal cielo bagnato di inutile pioggia
destinato dal marketing sovrano
ai mondi aperti di camerette di bambini dal doppio cognome,
mobiletti in legno chiaro;
stagione d'autunno, opulenta di vernice e diossina.

luci lontane, prima dei monti senza neve,
il babbo e la mamma qui piantarono
il cartello della brianza denuclearizzata,
lo stesso all'ombra del quale crescono i nostri figli.
com'è diventato grande, questo cartello.

cicciobbello negro sono io,
legato ad un trono di polistirolo
e sul mio passaporto la stella
per proseguire la scalata al mondo
iniziata dal fratellino biondo.

ci insegnarono a piangere
quando le nostre piccole mamme
ci privavano sadicamente del ciuccio.
io attaccavo con le lamentazioni
quando me lo rimettevano.

lacrime senza rumore,
non si so se di plastica o acqua,
i miei occhioni lucidi
sotto quei riccioloni ispidi
che nessun bimbo riuscirà mai a pettinare.

notti intere dei corti giorni dopo la befana,
io piangevo;
cosa ne sai di quello che fa battere il mio cuore.
difetto di fabbricazione, dissero,
ma io piangevo perché ero

negro

mamme ancora fumanti di sessantotto democristiano,
nostrano come un panino con la salsiccia mangiato in macchina,
sotto il tetto rosso del Mac donald's, incombente,
pesante e inutile come il nostro futuro
e capelli bruciati di permanente e dita gialle di sigarette

mamme... lo sguardo ipocritamente dolce di tutti voi
mi evitava nel negozio di giocattoli,
con quella egoista certezza che comunque altri,
indefiniti,
si sarebbero presi cura di me,

altre bimbe mi avrebbero adottato,
ma non le vostre,
destinate all'ariano bambolotto biondo
germanico, florido, flaccido
e micropenico

avevo il cuore duro allora, ero più giovane,
la prima volta che una bambina mi tolse il ciuccio
una lacrima bianca rigó le mie guance nere e cicciotte
e, mentre un lampo di cretineria misto a terrore
illuminava gli occhi borghesi della mamma,
 
un gonfiore tra le gambe di quel mio pagliaccetto
un tremore misto a curiosa voglia, e la donna tirò via quella figliolina.
e da allora neanche le diafane luci dei neon della standa
poterono, pur per un istante solo, sciogliere un po' della mia cioccolata,
scoprendo un ricciolo color dell'oro.

o mamma che non mi ha mai comprato,
la tua bambina è una figa di legno
che parla al cellulare ad alta voce
paga di un lavoro a basso costo e
di un master in pompineria.

o tu che non hai mai giocato con me
non potrai mai sapere che inventai la musica rap
e giro tra culi appesantiti da brillanti e catene
e vivo da tempo in una casetta in cima al ghiacciaio
dell'indifferenza umana.

non piango più, ma ho sempre il ciuccio in bocca.
perché se me lo tolgo, mi cago il cazzo.

che vuoi fare, mio amore sconosciuto, si muore un po' per poter vivere.

martedì, febbraio 05, 2013

BiancaMaxi


Dottore ho un incubo ricorrente,
la notte i sette nani mi vengono in sogno vestiti di rosso con cappellini gialli, in fila indiana come sherpa sulla montagna; avanzano portando sulla testa vassoi fumanti di big mac: un pranzo da principi. Spingo tra la ressa di paggi, damigielle, pistoleri e bocconiani neolaureati, ma una mano mi tira dal basso, mi ferma, guardo giú e un fiatone fumante m'investe, è Eolo che mi obbliga a spendere un Euro in piú per baciare la Biancaneve Maxi.
Biancaneve Maxi, appari sovrana nei tuoi capelli corvini fasciata da un abito rosso di latex, nel cartellone sopra le nostre teste rispendi mentre con i tuoi lunghi stivali a punta calpesti con aria noncurante Biancaneve Normal che, come ognuno di noi del resto, ti guarda ammirata e sognante.
Il tuo Seno Maxi è di sette misure piú grande delle altre, hai la bocca gonfia che luccica come un gommone ormeggiato sullo Stige, pronto a traghettare chiunque s'illuderá di amarti. Una settima senza wonderbra, un tuffo senza paracadute senza guardare indietro, senza pensare a Biancaneve Normal anoressica pelapatate sguattera senza sale e senza speranze.
Un Euro in piú, dottore ci pensi, un solo Euro in piú; dottore ne metta uno anche lei, e potremo amare Biancaneve Maxi mentre i nani vestiti di rosso fanno girotondi ed intrecciano ghirlande di sorprese di plastica da mettere nei MacMenu.
E' compresa anche una vaschetta di vaselina che altrimenti dovremmo pagare a parte.
Ti prego dottore aiutami perchè Brontolo é il nano del mese e la sua foto sta la' incorniciata vicino al bancone frigo dove dorme Biancaneve Maxi ed ogni volta che passo davanti per andare al bagno mi squadra e mi canta una canzone che non capisco ma nel ritornello si sente chiaramente "coglione". Vado al bagno, dottore, e mi rifletto in uno specchio sporco, appannato e mi vedo ancora piacente, ho un naso rosso e gli occhi cerchiati di bianco, un cappello giallo e calzini a righe. A fianco a me c'é Roland MacDonald che si sta lavando i denti. Non ero io, ma per quel breve momento mi sono piaciuto.
"Complimenti", mi fa, "ha da poco suonato la mezzanotte e sei il primo cliente del nuovo giorno fiscale." Mi strizza l'occhio ed aggiunge una applepie fatata al mio menu, che peró pago.
Pago poco, ma pago, sempre.
Sogno, dottore, sogno ancora che un bambino mi tocca con una cannuccia che è una bacchetta magica e cado a pezzi in terra, le mie membra si sfaldano e diventano cocci di vetro, legno, alluminio e resine epossidiche, i sette nani si affaccendano su di me, mi prendono, raccolgono la mia anima e quello che rimane di me su una carriola e mi spingono, mi vestono di azzurro, indosso una casacca azzurra, un pantalone nero, un fazzoletto giallo al collo, mi chiudono nel buio ermetico di una bara di cartone.
"Arriva il principe", gridano da fuori, "Arriva il principe azzurro", e Biancaneve Maxi apre gli occhi cerchiati del suo trucco pesante, scuote le ciglia frustando intormo mari di rimmel e si risveglia dal suo ghiaccio, si disingtegra lam teca di plastica ermetica in un turbinar di microonde. Biancaneve Maxi non è poi cosí maxi come sul maxischermo, comunque é imponente, dottore, lo sa anche lei che é imponente, prende il taglierino infilato come la spada nella roccia e squarta il mio cartone, dal basso verso l'alto.
I nani esultano e i loro denti affilati luccicano, mentre Biancaneve col suo enorme seno della settima misura mi monta ma non come vorrei io; mi monta non come capisce lei, dottore.
Mi monta seguendo le istruzioni di una lurida pergamena perché io sono di legno: sí sono un giovanotto di legno, un muscoloso titano con una fava enorme, fatto per amare... Dottore questa Biancaneve Maxi prende il mio cazzo di mogano in mano e lo guarda, enorme e lunghissimo e durissimo, e stupita consulta la pergamena con le istruzioni, la tiene al contrario...me lo monta sulla faccia e in mezzo alle gambe m'incastra un nasino francese, all'insú, ma sempre un nasino.
Sono un Pinocchio Ikea, dottore, con la mia casacca azzurra e gialla, e un cazzo di naso da 30 centimetri.
Biancaneve Maxi mi fruga nelle tasche, non trova lo scontrino con il supplemento di un'Euro per le sue grandi tette, mi guarda schifata e va via, nella sua bara di plastica, mais genetico e ghiaccio secco, mentre i nani svuotano vassoi e lavano per terra.
Cucciolo mi urta con la ramazza, il mio naso mi sbilancia e cado al suolo. Biancaneve Normal ha le mestruazioni, forse domani non verrá
Sono un gigante dai piedi di argilla che ha appena pestato una merda.

lunedì, febbraio 04, 2013

Gran bordello a Paperopoli

Canzone punk 1981

Ballano senza sudare
Giocano a tennis con gli ormoni
Contano i miliardi sdraiati sulle rotaie
Gran bordello a Paperopoli

Abbiamo spento il domani
Quello che importa è idratarsi
Ed emettere normative a rotazione
Gran bordello a Paperopoli

Chiuso in un triangolo di plastica
Sei un tramezzino e non hai futuro
Se non ti mangiano ammuffirai
Gran bordello a Paperopoli

Il recepimento ti è ignoto
Esprimerti a gesti non ti aiuta
Giri in tondo e ti cala la tinta dei capelli
Gran bordello a Paperopoli

Quando perdesti la scarpetta di Gucci
Il principe ti prese anche l'altra
Usciva di notte, era una drag queen
Gran bordello a Paperopoli

Amava chiudersi nei sordidi taxi
Diretto verso il niente
Adesso non c'è più e nessuno lo cerca
Gran bordello a Paperopoli

Pinocchio (remake)

"Abituato ad un mondo di fighe di legno, quando hai visto la fata turchina nuda, cos'hai provato?" 

"Non mi ha fatto ne caldo ne freddo: sono di legno, io."
rispose Pinocchio, ma mentiva, mentiva spudoratamente.
Lo capii facilmente perché mentre mi rispondeva, al solo pensiero di quella figa turchina, gli si allungò vistosamente il cazzo.

"Ma dimmi, avercelo di legno è un po' sinonimo di avercelo sempre duro, no? come riesci a camminare disinvolto tra la gente?"

"Ecco vedi, da una parte hai ragione: il mio rametto è sempre duro. La differenza, però, sta nella dimensione che assume. C'è una bella differenza camminare avendo tra le gambe uno stuzzicadenti o il bastoncino di un ghiacciolo, capisci?"
rispose mentre riempiva le mutande di resina ancora rapito dal pensiero della zoccola turchina.

"Si si capisco. Capisco che 'a riposo' o no, tu hai un cazzo dannatamente piccolo. Ma riesci a toglierti un minimo necessario di soddisfazione? si insomma, come ti va con la masturbazione?"

"Ti dirò, spesso sul più bello devo fermarmi perché mi si infila qualche scheggia nella mano. Geppetto non me l'ha piallato bene perché continuavo a venirgli in faccia; adesso con l'uso va meglio ma con l'attrito c'e' sempre il rischio che si incendi."
rispose un ormai demotivatissimo cazzetto di legno.

"Non ti preoccupare, sono in molti nelle tue penose condizioni" gli dissi mentre mi si allungava il naso.

lunedì, gennaio 28, 2013

Tintoria Mariuccia

Sono qui.
E aspetto.
Aspetto.
Ho bisogno di sangue fresco, di braccia robuste e corpi tozzi da piegare alle necessità della mia lavanderia.
Lavanderia Mariuccia.
Tutti i lavoranti devono rigorosamente rispettare i requisiti che sin dal 1774 la mia tintoria impone.
Maschi, con una grattatina di neuroni come tartufo sul cervello insipido, sensibili il giusto per obbedire alla frusta, e scimmieschi.
Si: devono essere scimmieschi. Dei pitechi azzoppati nella corsa verso l'evoluzione.
Sono i piú forti, grandi lavoratori e mangiatori di pastasciutta, non si lamentano neanche quando li chiudo nella lavasecco una volta al mese per pulirli.
Vecchia, sono sempre stata vecchia. I primi 70 anni della mia vita ero piú giovane, ma da quando gli Austriaci lasciarono Milano, sono diventata vecchia.
Ho lavato e stirato pure a Manzoni, quello che vestiva tutto di nero e puzzava. Un pomeriggio mi scopó pure, o forse era una zanzara pavese, di quelle di una volta, quelle coi piselli, che sembravano gamberoni chiavanti e volanti.
Fatto sta che quel, pomeriggio divenni vecchia e immortale. Ho visto incanutire e morire i miei amanti, i miei schavi: Mauro, Marcello, Michele, Meuccio, ...  tutti col nome che inizia per M: come Mariuccia, cosí non devo cambiare l'insegna e il logo della tintoria ogni volta che mi muoiono. Una doppia M su sfondo bianco, campeggia al centro di un ovale di finta corda i cui capi terminano in un nodo Savoia.
Mariuccia Milano.
Anche se io non compaio fiscalmente; perchè la tintoria la intesto a loro, cosí non pago le tasse e vado in culo allo stato.
Che se dovessi pagare le tasse, io, staremmo freschi; che l'ultima volta che ho fatto uno scontrino era su pergamena, per il cappello di Leonardo da Vinci, quando passó per Milano. Bell'uomo, barbuto, puzzava, mi fece posare per fare il tavolo nell'ultima cena. Non me la tiro mica, io, che non ci ho mai tenuto a queste cose, però devo dire che se mi metto a quattro zampe con una tovaglia sulla schiena, sono proprio quel tavolo. Uguale uguale. Il resto è questione di prospettiva.
I miei lavoranti muoiono, ci ho fatto l'abitudine. Ogni tanto mi affeziono, ma il tempo passa per tutti, tranne che per me. Il primo era Matteo, si spense sull'asse da stiro. Era buono, lui, non dovevo neanche incatenarlo alla lavatrice. L'ho lavato a secco e lo uso come manichino. È misura 46, puzza, anche se, col passare dei secoli, puzza un po' meno. A Natale lo addobbo e ci faccio l'albero.
Gli altri no, non potevo tenerli. Meuccio e Michele ci feci del sapone, e da quel momento la mia lavanderia è prosperata. Bianco sperlucente, anche se ogni tanto qualche cliente si lamenta di aver trovato un molare in tasca. Ma poi ritornano da me, i cilenti, ritornano sempre: dente o non dente, una camicia bianca e inamidata ha il suo fascino.
Nonostante l'età, sono piacente. Se non ci credete, vi invito a bere una tisana dalla macchinetta che ho in tintoria, e poi ne riparliamo. La mia tisana della macchinetta cambia il modo di vedere le cose, fa vedere quello che c'è dentro, ed io dentro ho il vuoto. Vuoto si, ma foderato di pelliccia. Di cane.
Cosí soggiogo sessualmente i miei bravi marocchini; ma andiamo per gradi.
Ogni due estati, nella prima notte di luna, chiudo la baracca e parto alla volta di Lampedusa.
Un messo comunale compiacente mi fece ottenere un tesserino di volontaria comunale, prima dell'esilio di Bettino(che uomo, puzzava).
Mi pagano il viaggio, e mi danno una tenda per dormire. Io devo rinfrancare i profughi.
La notte accendo un generatore a gasolio sulla spiaggia con delle luci al neon che ho comprato da Maria de Filippi, di seconda mano. Nel buio totale, il logo della trasmissione "Amici" è meglio di un faro, attira le  barche da 30 miglia di distanza. C'é chi dice che si arrivi a vedere anche dalla Tunisia. Tutti vogliono partecipare allo show, magia del satellite che arriva sino qui. In passato ho avuto anche "Grande Fratello", "Festivalbar" e "il processo del lunedi"(altri tempi).
Anche questi disperati, al pari dei loro compari italiani, aspirano alla fama facile: le donne vogliono diventare veline, e gli uomini sognano il bunga-bunga. Alla fine tra papponi, mignotte e spacciatori, il sogno italiano si avvera sempre.
L'Italia, una garanzia!
Ecco una barca che cambia la rotta, si dirige senza indugio verso la mia insegna: da un artigiano del posto ci ho fatto scrivere sotto"oggi provini", al neon. Tra non molto si schianterá sulla secca e la marea lambirà il litorale con il suo carico di primizie.
Con la macchinetta del caffè caricata a tisana e attaccata al generatore elettrico, vado in giro a rinfrancare i profughi, offrendo una bevanda calda a chi ha i 2 euro da inserire nella fessura.
Finalmente, nel buio, individuo un piteco peloso spiaggiato. È così animalesco che il corpo si muove da solo, nonostante sia svenuto tra le rocce.
Prima cosa: controllare il nome.
Dal passaporto risulta Mustafà: promette bene, a questo non gli devo manco cambiare il nome. Il passaporto lo tengo io, non vorrei che il passato interferisse con il nuovo destino.
Mustafà puzza.
Di alga e spogliatoio dell'oratorio il sabato pomeriggio.
Ecco la tisana bella bollente che rianima sto cadavere. Ci siamo. Trema, prende vita: una erezione degna di quando Tarzan si inchiappettava Cita. Azzardo due passi di lap dance su sto palo, e poi scattano le catene. Gli incateno anche la fava, non si sa mai: se questo si sveglia, con questa clava puó causare invaliditá semipermanenti.
Lo carico nel sacco della lavanderia dell'unico hotel di Lampedusa, con il quale ho un contratto; tra pochi giorni me lo spediranno al negozio di Milano, insieme a un carico di tovaglie macchiate e lenzuola dadaiste.
Una volta a Milano, ha inizio il "trattamento".
Con l'aiuto di un impiegato compiacente del comune, otterró un certificato di adozione posticcio, e poi scatta la trafila delle 3 M, che non sarebbero le 3 Marie, ma Minchia, Mazzate e ancora Michia (reprise) come da logo della tintoria.
La prima M è la soggiogazione sessuale, la famosa poMpa alla Mariuccia: dopo una tisana al calor bianco, che il scimmio è obbligato a bere direttamente dal paiolo che tengo a crogiolare sul caminetto, basta attendere qualche minuto che gli occhi gli si riempiano d'amore e, proprio quando assume l'espressione tipica di Pippo che ha finito la carta igienica quando Topolino è fuori casa (che Walt Disney mi perdoni)... lo metto a pancia sotto, lo carico con un pugno di tabacco Old Sailor, lo accendo da dietro e me lo fumo davanti come una gigantesca pipa umana. Così faceva il mio avo Montezuma(sempre con la M) e cosí continuo la tradizione. Beccheggia il tipo, ma gli piace.
La fase successiva comsiste nel richiudere Mustafá, con il culo ancora fumante, nella stanza della centrifuga gigante, una specie di tagadá del luna park dove facciamo asciugare i cappotti per elefanti e le coperte da balena. Mentre io manovro le leve della centrifuga, si spegnono le luci ed entrano i miei assistenti armati di battipanni.
A quel punto spingo sui 2500 giri, e sono Mazzate per tutti, nel buio si vedono le scintille sprigionate dai randelli, come uno screen saver a grandezza naturale.
Per finire, onde evitare che il nuovo arrivato si faccia distrarre dai bollenti spiriti ormonali, è necessario agire ancora sulla terza M di Minchia. Praticamente gliela stiro a vapore 300 gradi e gliela annodo bella inamidata al collo come una cravatta.
E finalmente Mustafà entra a orecchie basse nel mio mondo, dove non c'è spazio per il Natale.
La vostra Mariuccia.

superrazzismo story

la prima cosa che imparai è che il lieto fine è assicurato solo nei film porno,
la seconda è che prima o poi si muore.

non c'è bisogno di altre istruzioni per fare lo slalom tra le discese della vita e quindi dai su, infilati la maglietta nelle mutande e metti la tunica da ku klux klan che ti ha portato babbo natale, rischiarato dalle nostre fiaccole scompare il buio triste delle strade della città in festa.

ciechi sotto questo cappuccio il bastone ci guida nel fiume di gente elargendo sapiente randellate gratuite sulla folla allibita.

futile battaglia, necessaria per espiare il peccato originale di essere nati a meridione di qualcun altro.
proclamata l'uguaglianza di pelle razza religione e acconciatura, non esiste distinzione alcuna per non meritare queste vergate.

ho votato forza italo e per questo mi affliggo da solo con un mattarello da cucina appeso ad un filo di ragnatela: oscilla altalena folle e infrangiti sull'incudine delle mie primizie.

diamoci fuoco quando tramonta il sol della domanda non c'è certezza ma attualmente è una monnezz rincorrendo il grande fratello ci ritroveremo nel turbine di un sanremo a ripetere senza requie il ruolo da clown che in gioventù strappò un sorriso e qualche mutanda, in groppa a quello che illudendoci pensiamo essere un cavallo da battaglia.

guardiamo la vita passare, dall'obló dell'ordigno di troia nel quale ci siamo rinchiusi, in attesa che l'anima gemella liberi questo ripieno di equina meraviglia.

ahi ahi ahi mia dolce metà mi hai fatto cornuto senza ancora incontrarmi, attratta da un fricco irlandese anoressico dai capelli grigi e spenti come gli anelli che gli impataccano le mani, ma che tromboni ti vedo fumare, ancora una volta spruzzeranno antizanzare sul campeggio desolato del mio cuore di fine agosto e un vento freddo spegnerà per sempre la fiamma del superrazzismo che tanto amammo e che a nulla è servito.

lunedì, gennaio 14, 2013

former youngs, now desolati

desolato signori,
il piatto del giorno è quel che l'è: lo chef non si è applicato granchè: avremmo voluto proporVi qualcosa di ben sperato, conosciuto e sognato, guardando dalla parte del domani.
ci sarebbe piaciuto donarLe, cara Signora, il piacere di quegli addominali e di quei bicipiti ai quali la sua adolescente timidezza riservò un momento migliore nel futuro; ma ora che nel futuro ci è arrivata, ecco, apre la lista e trova l'insolito, l'inatteso, o meglio insperato, porco lardellato del familiare e occasionale amante che del vino ha l'alito ma non il pregio che talvolta l'invecchiamento dona.
una lenza con un'esca in contanti, e in fondo meno costosa di una Vuitton, se lanciata nel continente giusto cattura sorrisi smaglianti, notti negre, e quell'amore agrodolce pronto ad assere rapito non appena arriverà un'offerta migliore della Sua.
e arriverà, stia pur certa, Signora cara: perdere l'asta è rimanere priva dell'asta senza avere
ebay, amara sensazione a buccia d'arancia che nessun chirurgo può rimuovere.
e pensare, caro Signore, che c'è persino stato un momento in cui ha creduto di conquistare una pelle abbronzata appena iniziata a maturare sul bordo di un bikini color corallo, e in quel momento si vide
spoglio come un punto nell'universo e pensó che il tempo, gran dottore, avrebbe portato denari e passione di sicuro più in là.
avrà creduto nell'amore, perlomeno nel piacere non finto, e adesso che l'oro luccica nelle sue tasche, cerca quella impressione in un frutto toccacciato da molti per essere così fresco come vorrebbero farle
credere, morto troppe volte per poter morire per Lei.
così la camera inquadra e chiude su emozioni seriali e precotte, intanto che altra neve si posa su cuori che nessun microonde potrà scongelare.