martedì, febbraio 26, 2013

I bambini inutili


Scappano i bambini inutili, corrono, si disperdono urlando, terrorizzati.Sono delle mosche, con le falde dei cappottini svolazzanti nel turbine freddino della piazza stinta da un sole malato, che saprebbe fare di meglio, sicuramente, ma non in questo momento.
Li senti quegli acutini da topo, gridano stupiti, i bambini inutili, interrogativi, maldestri sulle gambettine esili, capitombolano e ritornano al punto. Attorno all’Uomo della Monnezza.
Magro, stretto nei suoi pantaloni mimetici, aderenti, un ciuffo beffardo color alluminio, un panzone spropositato su quell’esile tronco da ballerina di bordello.
Li ignora, ride con un dente solo, e spazza la monnezza con la sua scopa magica.
I bambini inutili gli vanno vicino.
Una spazzata più energica, un movimento brusco dei suoi capelli di amianto ed eccoli che scappano di nuovo, gridando, allontanandosi da quell’essere terrorizzante in una spirale aperta.
L’uomo della monnezza ridacchia e si gode le beffe che quei mostriciattoli si fanno di lui, si piega col palettone a raccogliere foglie secche e mozziconi.
Uno dei bambini, sicuramente il più inutile di tutti, e di conseguenza il più coraggioso, gli si avvicina alle spalle, mentre gli altri stringono il cerchio, svolazzanti nei loro cappottini troppo grandi.
L’uomo della monnezza finge indifferenza, sembra che non noti il temerario bambino inutile, si guarda la punta delle scarpe, per non farsi scoprire. Sa che c’è un bambino inutile dietro di lui.
Tutto si fa silenzio e solo il fruscio della ramazza fa da padrone, nella piazza bianca.
Uno scatto.
Svuota il palettone nel secchio stracolmo, lancia uno sguardo da sotto l’ascella ed inquadra con un unico movimento del collo il piccolo bastardino inutile, oramai a mezzo metro di distanza, e lo fulmina con una smorfia cattiva e goduriosa che parte dai suoi baffi neri e spennacchiati.
Gridano, come dei piccoli sciacalli pavidi e fuggono lontano ancora una volta, lontanissimi, i bambini inutili.
Lontani, ma torneranno, lo sa, l’Uomo della Monezza, e continua pazientemente a curare il selciato, con malcelata solerzia, e ridacchia.
Senza neanche fermarsi, giunti al limite estremo della loro corsa a spirale, i bambini inutili invertono la direzione e nel tempo di una risatina gli sono vicini, ancora, confidenti e timorosi; di nuovo cola silenzio sui bambini inutili, un silenzio che impasta i loro movimenti, lentamente, sino a immobilizzarli magneticamente attorno al diavolaccio che sta armeggiando con il cestino delle immondizie. Un cestino enorme, bello carico di ogni schifezza, che lui maneggia con la grazia di un amante presa a credito.
Piano piano, senza farli scappare ancora, tira fuori dalla saccoccia il saccone di plastica nero e si accinge a riempirlo con i rifiuti del bidone. Vedendolo così indaffarato, i bambini inutili gli si stringono intorno, godendo sommessamente, addirittura uno di loro, un piccolo selvaggio, non si sa se maschio o femmina, ma non importa, gli tocca un lembo del maglione acrilico, elettrizzandosi con una scarica statica al contatto con quella stoffa mimetica.
I bambini inutili esultano soddisfatti, come degli indiani sporchi, e non notano gli occhi dell’Uomo della Monnezza che sono diventati due lampadine rosse, e stanno emettendo l’ultimo, fortissimo, cattivo lampeggio prima che quel diavolaccio spenga tutto chiudendo per un impercettibile attimo le palpebre.
Con uno scatto mai visto prima, l’omaccio si rizza in piedi, diritto con la panza a bandiera sugli stecchi delle gambe. Con una frustata decisa, gonfia il saccone nero d’aria e si volta di scatto verso i bambini inutili, punta il nanerottolo più lontano, quello che si sente più al sicuro perchè distante, più rilassato, meno pronto a scattare.
Con un urlo che squarcia il silenzio e sovrasta i mormorii dei bambini inutili, l’uomo della monnezza in un balzo atterra con il saccone nero sopra la piccola preda cattiva, mentre tutti gli altri scappano come scarafaggetti in cappotto.
Una mossa sola, un armonico virtuosismo da torero, e il sacco racchiude il bambino inutile, intrappolato come una stupida mosca sotto il bicchiere.
Si dibatte, il bambino inutile, ma ogni suo movimento è vano. 
Adesso si vede la vera faccia dell’Uomo della Monnezza, è a metà tra Manfred e Charles Bronson, con quei denti color del pianoforte, quei baffoni spioventi che gli tracciano sotto un ciuffo infarinato di limatura di ferro, un tristissimo sorriso da cartone animato.
Con delicatezza e professionalità chiude il laccetto del saccone nero che si muove di vita propria mentre l’aria è scossa dagli urletti lontani dei bambini inutili.
Attorno all’Uomo della Monnezza c’è il vuoto. Nessun bambino inutile, solo lui e il suo sacco.
Il topocane razzola sulla piazza, scombinando il lavoro dell’Uomo della Monnezza, rovistando tra i mucchi di foglie e cartacce che il figuro aveva raccolto.
I bambini inutili ritornano, silenziosissimi, mentre lui è chino sul sacco, gli si fanno intorno, sono attratti come se l’Uomo della Monnezza fosse il tappo di un enorme lavandino bianco e loro delle gocce d’acqua coperte da svolazzanti, inutili, cappottini. Fingono di giocare al pallone, ma si tengono vicini, accomunati dalla magia e dalla paura.
La palla rimbalza via, un piteco con i jeans dipinti addosso si china a raccoglierla, inquadrando il suo sederone nel campo visivo del cammarero del bar, che, confuso dal doppio tramonto denim, perde il controllo del blocchetto elettronico per le ordinazioni, e segna un sovrapprezzo ormonale di 20 euro, al cliente svenuto sul tavolino per aver atteso troppo.
I bambini inutili attendono la palla ma è troppo tardi: è intercettata dall’Uomo della Monnezza, che la blocca sotto lo scarpone, e con una ramazzata da samurai ne stende un altro, mentre gli altri si disperdono urlando col vento.
Il cammarero si avvicina, guarda silente il predone mimetico, che con un lieve calcio gli passa la palla.
Il cammarero la ferma col piede, si china a raccoglierla, poi estrae dal panciotto di pelle nera un coltellino e con la perizia di anni d’esperienza, taglia la palla in due semisfere perfette.
Dispiaciuti, delusi, ma sempre ipnotizzati, i bambini inutili si avvicinano ancora una volta; di poco, ma si avvicinano.
I due complici si calano sulla testa ognuno una metà del pallone. Con quel copricapo ispirano simpatia. 
Simpatia e reverenza.
Sorridono tra loro, scherzando in modo sommesso.
I bambini inutili si avvicinano ancora un pochino.
Ridono, i bambini inutili.
Con un fuoco di sguardi complici, il cammarero e l’Uomo della Monnezza si posizionano l’uno di spalle all’altro, fanno contemporaneamente un passo indietro e si toccano con la schiena. Un movimento sincrono con la testa all’indietro e fanno scontrare i loro ridicoli cappellini.
Sembrano entrambi perdersi con lo sguardo nell’orizzonte, ma quando il primo bambino inutile è a tiro, il cammarero gli ammolla una volèe di vassoio sul capoccione grasso, di rovescio, un po’ affettata ma efficace.
In un niente volano mazzate manco fossero coriandoli a Rio de Janeiro.
Tra le botte secche di ramazza e i rimbombanti gong del vassoio la piazza si riempie di un ritmato tripudio di sonorità, grida di dolore e lamenti, che sembra di stare ad un concerto dei Pooh.
I bambini inutili smaltiscono le loro malefatte, le abboffate a colazione, i capricci con la mamma, i troppi giocattoli, i dispetti.
Passa pure il topocane in questa festa punitiva e ritira anche lui la sua razione di meraviglie, portandosi via ululando una vassoiata sul groppone ed una ramazzata sulle zampe corte.
Un cliente del bar che sembra Silvio Pelvico con questa barba di cemento che gli fa il giro della faccia glabra fa per dire qualcosa, ma il cammarero tocca il blocchetto elettronico e gli affibbia altri 20 euro di penalità. Silvio Pelvico si siede in silenzio, ridotto all’impotenza come un Muzio Scevola senza braccia.
Tutt’attorno è come una notte stellata di mazzate.
Il cammarero e l’Uomo della Monnezza lentamente si incamminano verso un’altra avventura.
I bambini inutili vorrebbero raccontare alla mamma la loro avventura, ma hanno la coscienza sporca, prenderebbero altre mazzate. Uno di loro raccoglie il mezzo pallone lasciato dall’Uomo della Monnezza, se lo mette in testa, e inizia a correre per la piazza bianca, seguito dagli altri bambini inutili, svolazzanti nei loro cappottini.

venerdì, febbraio 22, 2013

Taxi



mio amor che non conosco
un metro quadro di buio
s'infila nella notte del nord
.
sono la mandorla di un
confetto giallo che sfreccia
nella notte del nord
.
l'uomo che guida ha un fiato
di sigaro spento nel vino
scoreggia nella notte del nord
.
da far cadere gli angeli dalle stelle
da spegnere il dito di ET
da cancellare le canzoni sul mio iPod




domenica, febbraio 10, 2013

arcobaleno marrone

a pochi passi dell'infinito
il primo fiocco di neve
s'infranse silenzioso
sui gradini di asfalto.
in un mondo senza luce
una scoreggia altro non é
che il tuo caldo, piccolo
arcobaleno marrone.

giovedì, febbraio 07, 2013

Cicciobello nero (reprise)

caduto dal cielo bagnato di inutile pioggia
destinato dal marketing sovrano
ai mondi aperti di camerette di bambini dal doppio cognome,
mobiletti in legno chiaro;
stagione d'autunno, opulenta di vernice e diossina.

luci lontane, prima dei monti senza neve,
il babbo e la mamma qui piantarono
il cartello della brianza denuclearizzata,
lo stesso all'ombra del quale crescono i nostri figli.
com'è diventato grande, questo cartello.

cicciobbello negro sono io,
legato ad un trono di polistirolo
e sul mio passaporto la stella
per proseguire la scalata al mondo
iniziata dal fratellino biondo.

ci insegnarono a piangere
quando le nostre piccole mamme
ci privavano sadicamente del ciuccio.
io attaccavo con le lamentazioni
quando me lo rimettevano.

lacrime senza rumore,
non si so se di plastica o acqua,
i miei occhioni lucidi
sotto quei riccioloni ispidi
che nessun bimbo riuscirà mai a pettinare.

notti intere dei corti giorni dopo la befana,
io piangevo;
cosa ne sai di quello che fa battere il mio cuore.
difetto di fabbricazione, dissero,
ma io piangevo perché ero

negro

mamme ancora fumanti di sessantotto democristiano,
nostrano come un panino con la salsiccia mangiato in macchina,
sotto il tetto rosso del Mac donald's, incombente,
pesante e inutile come il nostro futuro
e capelli bruciati di permanente e dita gialle di sigarette

mamme... lo sguardo ipocritamente dolce di tutti voi
mi evitava nel negozio di giocattoli,
con quella egoista certezza che comunque altri,
indefiniti,
si sarebbero presi cura di me,

altre bimbe mi avrebbero adottato,
ma non le vostre,
destinate all'ariano bambolotto biondo
germanico, florido, flaccido
e micropenico

avevo il cuore duro allora, ero più giovane,
la prima volta che una bambina mi tolse il ciuccio
una lacrima bianca rigó le mie guance nere e cicciotte
e, mentre un lampo di cretineria misto a terrore
illuminava gli occhi borghesi della mamma,
 
un gonfiore tra le gambe di quel mio pagliaccetto
un tremore misto a curiosa voglia, e la donna tirò via quella figliolina.
e da allora neanche le diafane luci dei neon della standa
poterono, pur per un istante solo, sciogliere un po' della mia cioccolata,
scoprendo un ricciolo color dell'oro.

o mamma che non mi ha mai comprato,
la tua bambina è una figa di legno
che parla al cellulare ad alta voce
paga di un lavoro a basso costo e
di un master in pompineria.

o tu che non hai mai giocato con me
non potrai mai sapere che inventai la musica rap
e giro tra culi appesantiti da brillanti e catene
e vivo da tempo in una casetta in cima al ghiacciaio
dell'indifferenza umana.

non piango più, ma ho sempre il ciuccio in bocca.
perché se me lo tolgo, mi cago il cazzo.

che vuoi fare, mio amore sconosciuto, si muore un po' per poter vivere.

martedì, febbraio 05, 2013

BiancaMaxi


Dottore ho un incubo ricorrente,
la notte i sette nani mi vengono in sogno vestiti di rosso con cappellini gialli, in fila indiana come sherpa sulla montagna; avanzano portando sulla testa vassoi fumanti di big mac: un pranzo da principi. Spingo tra la ressa di paggi, damigielle, pistoleri e bocconiani neolaureati, ma una mano mi tira dal basso, mi ferma, guardo giú e un fiatone fumante m'investe, è Eolo che mi obbliga a spendere un Euro in piú per baciare la Biancaneve Maxi.
Biancaneve Maxi, appari sovrana nei tuoi capelli corvini fasciata da un abito rosso di latex, nel cartellone sopra le nostre teste rispendi mentre con i tuoi lunghi stivali a punta calpesti con aria noncurante Biancaneve Normal che, come ognuno di noi del resto, ti guarda ammirata e sognante.
Il tuo Seno Maxi è di sette misure piú grande delle altre, hai la bocca gonfia che luccica come un gommone ormeggiato sullo Stige, pronto a traghettare chiunque s'illuderá di amarti. Una settima senza wonderbra, un tuffo senza paracadute senza guardare indietro, senza pensare a Biancaneve Normal anoressica pelapatate sguattera senza sale e senza speranze.
Un Euro in piú, dottore ci pensi, un solo Euro in piú; dottore ne metta uno anche lei, e potremo amare Biancaneve Maxi mentre i nani vestiti di rosso fanno girotondi ed intrecciano ghirlande di sorprese di plastica da mettere nei MacMenu.
E' compresa anche una vaschetta di vaselina che altrimenti dovremmo pagare a parte.
Ti prego dottore aiutami perchè Brontolo é il nano del mese e la sua foto sta la' incorniciata vicino al bancone frigo dove dorme Biancaneve Maxi ed ogni volta che passo davanti per andare al bagno mi squadra e mi canta una canzone che non capisco ma nel ritornello si sente chiaramente "coglione". Vado al bagno, dottore, e mi rifletto in uno specchio sporco, appannato e mi vedo ancora piacente, ho un naso rosso e gli occhi cerchiati di bianco, un cappello giallo e calzini a righe. A fianco a me c'é Roland MacDonald che si sta lavando i denti. Non ero io, ma per quel breve momento mi sono piaciuto.
"Complimenti", mi fa, "ha da poco suonato la mezzanotte e sei il primo cliente del nuovo giorno fiscale." Mi strizza l'occhio ed aggiunge una applepie fatata al mio menu, che peró pago.
Pago poco, ma pago, sempre.
Sogno, dottore, sogno ancora che un bambino mi tocca con una cannuccia che è una bacchetta magica e cado a pezzi in terra, le mie membra si sfaldano e diventano cocci di vetro, legno, alluminio e resine epossidiche, i sette nani si affaccendano su di me, mi prendono, raccolgono la mia anima e quello che rimane di me su una carriola e mi spingono, mi vestono di azzurro, indosso una casacca azzurra, un pantalone nero, un fazzoletto giallo al collo, mi chiudono nel buio ermetico di una bara di cartone.
"Arriva il principe", gridano da fuori, "Arriva il principe azzurro", e Biancaneve Maxi apre gli occhi cerchiati del suo trucco pesante, scuote le ciglia frustando intormo mari di rimmel e si risveglia dal suo ghiaccio, si disingtegra lam teca di plastica ermetica in un turbinar di microonde. Biancaneve Maxi non è poi cosí maxi come sul maxischermo, comunque é imponente, dottore, lo sa anche lei che é imponente, prende il taglierino infilato come la spada nella roccia e squarta il mio cartone, dal basso verso l'alto.
I nani esultano e i loro denti affilati luccicano, mentre Biancaneve col suo enorme seno della settima misura mi monta ma non come vorrei io; mi monta non come capisce lei, dottore.
Mi monta seguendo le istruzioni di una lurida pergamena perché io sono di legno: sí sono un giovanotto di legno, un muscoloso titano con una fava enorme, fatto per amare... Dottore questa Biancaneve Maxi prende il mio cazzo di mogano in mano e lo guarda, enorme e lunghissimo e durissimo, e stupita consulta la pergamena con le istruzioni, la tiene al contrario...me lo monta sulla faccia e in mezzo alle gambe m'incastra un nasino francese, all'insú, ma sempre un nasino.
Sono un Pinocchio Ikea, dottore, con la mia casacca azzurra e gialla, e un cazzo di naso da 30 centimetri.
Biancaneve Maxi mi fruga nelle tasche, non trova lo scontrino con il supplemento di un'Euro per le sue grandi tette, mi guarda schifata e va via, nella sua bara di plastica, mais genetico e ghiaccio secco, mentre i nani svuotano vassoi e lavano per terra.
Cucciolo mi urta con la ramazza, il mio naso mi sbilancia e cado al suolo. Biancaneve Normal ha le mestruazioni, forse domani non verrá
Sono un gigante dai piedi di argilla che ha appena pestato una merda.

lunedì, febbraio 04, 2013

Gran bordello a Paperopoli

Canzone punk 1981

Ballano senza sudare
Giocano a tennis con gli ormoni
Contano i miliardi sdraiati sulle rotaie
Gran bordello a Paperopoli

Abbiamo spento il domani
Quello che importa è idratarsi
Ed emettere normative a rotazione
Gran bordello a Paperopoli

Chiuso in un triangolo di plastica
Sei un tramezzino e non hai futuro
Se non ti mangiano ammuffirai
Gran bordello a Paperopoli

Il recepimento ti è ignoto
Esprimerti a gesti non ti aiuta
Giri in tondo e ti cala la tinta dei capelli
Gran bordello a Paperopoli

Quando perdesti la scarpetta di Gucci
Il principe ti prese anche l'altra
Usciva di notte, era una drag queen
Gran bordello a Paperopoli

Amava chiudersi nei sordidi taxi
Diretto verso il niente
Adesso non c'è più e nessuno lo cerca
Gran bordello a Paperopoli

Pinocchio (remake)

"Abituato ad un mondo di fighe di legno, quando hai visto la fata turchina nuda, cos'hai provato?" 

"Non mi ha fatto ne caldo ne freddo: sono di legno, io."
rispose Pinocchio, ma mentiva, mentiva spudoratamente.
Lo capii facilmente perché mentre mi rispondeva, al solo pensiero di quella figa turchina, gli si allungò vistosamente il cazzo.

"Ma dimmi, avercelo di legno è un po' sinonimo di avercelo sempre duro, no? come riesci a camminare disinvolto tra la gente?"

"Ecco vedi, da una parte hai ragione: il mio rametto è sempre duro. La differenza, però, sta nella dimensione che assume. C'è una bella differenza camminare avendo tra le gambe uno stuzzicadenti o il bastoncino di un ghiacciolo, capisci?"
rispose mentre riempiva le mutande di resina ancora rapito dal pensiero della zoccola turchina.

"Si si capisco. Capisco che 'a riposo' o no, tu hai un cazzo dannatamente piccolo. Ma riesci a toglierti un minimo necessario di soddisfazione? si insomma, come ti va con la masturbazione?"

"Ti dirò, spesso sul più bello devo fermarmi perché mi si infila qualche scheggia nella mano. Geppetto non me l'ha piallato bene perché continuavo a venirgli in faccia; adesso con l'uso va meglio ma con l'attrito c'e' sempre il rischio che si incendi."
rispose un ormai demotivatissimo cazzetto di legno.

"Non ti preoccupare, sono in molti nelle tue penose condizioni" gli dissi mentre mi si allungava il naso.