venerdì, luglio 17, 2015

cicciobello negro

che vuoi fare, mio amore sconosciuto, si muore un po' per poter vivere

 
biodegradabile5
caduto dal cielo bagnato di inutile pioggia 
destinato dal marketing sovrano 
ai mondi aperti di camerette di bambini dal doppio cognome,
mobiletti in legno chiaro; 
stagione d'autunno, opulenta di vernice e diossina. 

luci lontane, prima dei monti senza neve, 
il babbo e la mamma qui piantarono 
il cartello della brianza denuclearizzata, 
lo stesso all'ombra del quale crescono i nostri figli. 
com'è diventato grande, questo cartello. 

cicciobbello negro sono io, 
legato ad un trono di polistirolo 
e sul mio passaporto la stella 
per proseguire la scalata al mondo 
iniziata dal fratellino biondo. 

ci insegnarono a piangere 
quando le nostre piccole mamme 
ci privavano sadicamente del ciuccio. 
io attaccavo con le lamentazioni 
quando me lo rimettevano. 

lacrime senza rumore, 
non si so se di plastica o acqua, 
i miei occhioni lucidi 
sotto quei riccioloni ispidi 
che nessun bimbo riuscirà mai a pettinare. 

notti intere dei corti giorni dopo la befana, 
io piangevo; 
cosa ne sai di quello che fa battere il mio cuore. 
difetto di fabbricazione, dissero, 
ma io piangevo perché ero 

negro 

mamme ancora fumanti di sessantotto democristiano, 
nostrano come un panino con la salsiccia mangiato in macchina, 
sotto il tetto rosso del Mac donald's, incombente, 
pesante e inutile come il nostro futuro 
e capelli bruciati di permanente e dita gialle di sigarette 

mamme... lo sguardo ipocritamente dolce di tutti voi 
mi evitava nel negozio di giocattoli, 
con quella egoista certezza che comunque altri, 
indefiniti, 
si sarebbero presi cura di me, 

altre bimbe mi avrebbero adottato, 
ma non le vostre, 
destinate all'ariano bambolotto biondo 
germanico, florido, flaccido 
e micropenico 

avevo il cuore duro allora, ero più giovane, 
la prima volta che una bambina mi tolse il ciuccio 
una lacrima bianca rigó le mie guance nere e cicciotte 
e, mentre un lampo di cretineria misto a terrore 
illuminava gli occhi borghesi della mamma, 

un gonfiore tra le gambe di quel mio pagliaccetto 
un tremore misto a curiosa voglia, e la donna tirò via quella figliolina. 
e da allora neanche le diafane luci dei neon della standa 
poterono, pur per un istante solo, sciogliere un po' della mia cioccolata, 
scoprendo un ricciolo color dell'oro. 

o mamma che non mi ha mai comprato, 
la tua bambina è una figa di legno 
che parla al cellulare ad alta voce 
paga di un lavoro a basso costo e 
di un master in pompineria. 

o tu che non hai mai giocato con me 
non potrai mai sapere che inventai la musica rap 
e giro tra culi appesantiti da brillanti e catene 
e vivo da tempo in una casetta in cima al ghiacciaio 
dell'indifferenza umana. 

non piango più, ma ho sempre il ciuccio in bocca. 
perché se me lo tolgo, mi cago il cazzo. 

che vuoi fare, mio amore sconosciuto, si muore un po' per poter vivere.

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