venerdì, luglio 17, 2015

Gineceo

Fiche tirate, storia di donne per soli uomini

 
biodegradabile5
Con un tocco leggero all’interruttore accendo le luci dello stand e riporto il colore e il silenzio.
Davanti alla vetrina lucente pulita da poco si riflette l’immagine di qualcosa che sono sicura di aver pulito da poco.
Mi giro lentamente verso la sala distesa e grande, così grande che pare spalmata su un immenso lastricato di marmo che risplende nella luce del primo mattino.
Di fronte a me lo stand rivale sta aprendo gli occhi anche lui, mentre una voce di metallo, all’altoparlante chiama il signor Abu Amer, pregandolo di presentarsi con urgenza all’uscita numero sei.
Si avvicina una coppia di giapponesi, lui sembra un John Lennon Tuttafronte deformato dopo un crash test bionico, lei indossa un tailleur elegante, senza calze, mostra un paio di gambe corte e bianchicce, delle quali l’unico fattore vagamente armonico è una specie di cigolio che emettono le ginocchia e il giunturame vario, ad ogni passo.
Niente a che vedere con le mie… lunghe, lunghissime, strisciate appena appena dalla mini, che si specchiavano sino a poco fa nella vetrina.
Si fermano al mio stand, guardano, illuminati dalla luce verde e nera, osservano, studiano, e forse attendono che io, divina sacerdotessa vada da loro a portare la novella del dio Verde dei telefonini.
Temporeggio, la jap ha dei sandali piatti pieni di laccetti per assicurare la suola alle zampe tonde sulle quali sono montati dei ditini conici tutti uguali, disposti uniformemente, a raggiera, saranno sei o sette per zampa.
Faccio finta di essere impegnata, controllo i depliant, ne faccio un mucchietto, tutti uguali, li affastello, batto leggermente la mazzetta e li pareggio. 
Come pareggio io i depliant non c’è nessuna, credetemi.
Il jap sta parlando con la sua seppia nana, emettendo suoni grevi e vibranti che mi ricordano l’eco di una scoreggia fatta su una carta di caramella Rossana.
Guardano con intensità fuori dal normale i depliant, attendono trepidi che consegni loro uno di quei sintetici vangeli colorati. Li metto via, sotto il bancone, così gli passa la voglia di chiedere.
Passa un tipo, completo grigio, cravatta, valigetta di pelle; ricco, sicuramente, e si ferma allo stand di fronte, riscaldato dalle alogene rosse come l’anima di un bordello, ammaliato da quella stronza che gli piomba addosso carica di gentilezze, allisciandogli l’anima, impugnando l’ultimo modello cellulare come uno scettro vibrante.
Le due mosche morte del sol levante sono ancora qui, lui adesso sembra un grosso, gigantesco culo ottenuto saldando insieme due enormi uova di pasqua rosa, montate su un corpo di bambolotto dalle gambe arcuate per il peso, installate su due ciabatte di pelle moscia, con strap in velcro. 
Alice in Wonderland, aiutami.
Passa un nonno pulito e ben ordinato, con bambinetto tutto lindo al seguito, calzoncini corti, calzettine al polpaccio, sandaletti con gli occhi, aria da cagacazzi latente. Lo tiene per mano.
Camminando colpisce un qualcosa per terra, un mezzo bottone automatico.
Non è suo, ma si ferma lo stesso, piagandosi a vedere, di fronte al mio sgabello, mentre il rampollo continua a camminare, tirando un pochino.
E’ di fronte a me; per allenarmi, accavallo le gambe e gli sparo un raggio di fica proprio in mezzo agli occhi, paralizzandolo.
Il bambino tira ancora, il nonno barcolla ipnotizzato, urta i jap mandandoli, quasi come due birilli, in buca all’altro stand.
Godo ma simulo indifferenza; vanno via tutti, finalmente.
Rimaniamo io, lei, i due stand.
Puttana, oggi hai la mini di plastica trasparente e le scarpe alte con la punta acuminata; ma cara, dovresti comprartene un altro paio, perché la tua punta è ammaccata, quasi piegata in due dall’usura, e sembra la proboscide moscia di un’iguana ferita a morte.
La odio. 
Ieri sera allo stage di yoga e meditazione è riuscita a tirarsela più di me, e questo non lo posso proprio sopportare.
E dire che mi ero messa una calzamaglia anatomica di quattro misure più piccola, tanto che la tensione mi teneva sollevate tutte le dita dei piedi verso l’alto, come dieci fottute candeline su un paio di cheese cake.
E dire che avevo su il body rinforzato con corde di chitarra elettrica, e un paio di micro slip in contrasto così fini e così infilati in culo, che un solo peto avrebbe tagliato in due il flusso, generando due separate turbolenze, quella di destra e quella di sinistra.
Ma quella stronza si era stuccata la cellulite, aveva allargato le micro mutande col cric della panda ed era riuscita ad infilarcisi dentro.
Le tirava così tanto sul davanti che la punta della spirale generava un vistoso bozzetto, come un piccolo cazzetto da viados, come una antenna di cellulare.
E quando il Maestro ha detto di pensare a qualcosa che ci piace, ho chiuso gli occhi.
Libravo nel vuoto, fuori dal mio corpo, che avevo lasciato annodato nella posizione yoga del termosifone caduto dal terzo piano, e a un certo punto, di fronte a me, trovo materializzata una pallina da tennis.
Col buco davanti, però, ma era pelosa e calda come una pallina da tennis in agosto, la prendo, la tiro, ma è collegata a un tubo vellutato, tiepido, superficialmente morbido al tatto, durissimo a stringerlo, come teso da un cordone d’acciaio del ponte di Brooklyn.
Con piacevole fatica lo brandeggio, lo afferro, inizio a seguirlo per tutta la sua lunghezza, sola nel buio misterioso; sembra non finire mai, ma, dopo istanti non quantificabili, tocco in alto una sorta di pianoro rigido e muschioso, composto di decine di piccoli rilievi orizzontali, come lasciati dal lavoro delle onde di un mare asciutto, infilo il dito in un pozzetto ombelicale, tasto sotto e la mia mano accarezza le teste di due cocomeri pelosi, ben piazzati.
Medito che stavolta la trance mi ha portato quel che volevo, ne ho la conferma alzando lo sguardo, ed incontrando la faccia sorridente di un fustacchione coi capelli gialli tinti ricci, che mi fa:

“Cià bella”

Allora è un cazzo!, esclamo dentro di me, e corro indietro sino alla punta per infilarmi dentro il karma per tutta la sua lunghezza, arrivata finalmente all’estremità di quella ringhiera, chi trovo?
Lei, quella stronza della Tim, che ha materializzato la sua visione, sconfinando nella mia.
Un enorme africano multistantuffo, con davanti un qualcosa, come se gli avessero montato su un quadrifoglio di coglioni, una ruota di diligenza, senza cerchione, con i raggi di torrone diretti per tutti i punti cardinali.
Una enorme, tentacolare, raggiera di zufoli, una mitragliatrice di organo a canne, ruotante, e lei e le altre puttane del corso amiche sue, infilate per bene, trapanate una per una dagli spiedini rotanti di carne, sulla ruota panoramica di un luna park della Fava nera, andavano su e giù, mentre il negraccio se la rideva senza emetter suono, fumando un sigaro cubano, nella cui nuvoletta azzurrognola tutte erano immerse, un fumoso bagno di lussuria, che giovava a tutte, tranne che a me.

A me intossicava.

Iniziai a starnutire.
Manco a dirlo, per me non c’era posto, un attimo di rabbia mi rovina la concentrazione, ma il ricordo del mio biscione chilometrico mi riporta in carreggiata, lo stringo, ma si è trasformato in un sorbetto sciolto. Corro indietro, ma al posto del biondo tinto muscoloso c’è un ranocchio.
Mi guarda perplesso. Sono impietrita, medito.
Mi chino, lo bacio, come nella pubblicità, ma quello stronzo non si trasforma, rimane un rospaccio e mi piscia in faccia, mentre tutte quelle troie infilate a kebab sulla dodecaminchia come petali di un girasole di ebano, si burlano di me.
Mi si alza la temperatura di un paio di gradi, basta un nulla, un nonsochecazzo, e il mio pantacollant yogi di sintesi si fonde, cristallizzando le fibre, e rimango incastrata in una camicia al carbonio, e non riesco a cacare il mio kinder bueno.
Mentre le altre si stanno già sciogliendo e sgranchendo, il maestro mi guarda con sufficienza, fa un cenno mistico e il bidello maniaco mi porta via, attorcigliata come un granchio, mentre le allieve predilette fanno capannello, sollazzandogli il cetriolo con i loro stupidi, pelosi, sorrisi verticali.
Questo bidello qua puzza, il fiato gli sa di medicina di dentista shakerata nell’aglio di un china bar.
Vorrebbe chiavarmi, approfittando della mia incapacità di muovermi, saldata dallo yoga, dalla rabbia e dalla tuta di vetroresina, mi gira e mi rigira, guardando con attenzione, mentre io bestemmio e grido, ma non trova neanche un buco.
Finalmente trova una fessura, ma è così tirata, stretta e lunga, che non ci entra nemmeno uno stuzzicadenti; in compenso ci soffia su, e vibra, facendo il verso della pavoncella.
Quello sgorbio del cazzo mi mette giù, va verso il mio borsone, tira fuori il portafogli, prende venticinquemilalire e le porta in obolo al maestro.
Poi ritorna sbuffando, mi prende a peso e mi lascia sotto la doccia.
Apre l’acqua.

Fredda.

Ma questa me la pagano. 
Ecco che arriva un bel figone, jeans sigaretta strettissmo blu scuro, camicia in tinta, uno e novanta bruno, occhiali da sole neri, pelle abbronzata, gli sorrido, ignorando il noise della massa plebea, e seduta dalla mia postazione balisticamente studiata, dal mio sgabello alto un metro e mezzo, appollaiata ad altezza occhi, gli lancio un raggio di fica, accavallando le gambe.
Ho le calze nere coi disegni che si decifrano solo se ci si avvicina e si guarda intensamente.

Irresistibile.

Ho i rinforzi in fibra di vetro e caucciù effetto Brasile, che alza modella, tonifica e dà una forma prestabilita: vitino di vespa e chiappe da bagarozzo.

Irresistibile.

Ho la mini di pelle rigida plastificata al silicone, a campana, che garantisce una perfetta ventilazione, senza ricicli d’aria.

Irresistibile.

Ho il maglione a tecnologia wonder, truccato, che mi strizza la panza, mi strizza le braccia, a iniziare dai polsi, mi strizza le spalle e il collo, come un gigantesco tubetto di dentifricio tra le mani di un rabbino mi convoglia tutta la ciccia all’altezza delle zizze, dove il maglione si allarga, per accogliere tutta l’esuberanza in un gigantesco bacino artificiale di lussuria.

Irresistibile.

Quella di fronte si siede sullo sgabello, in posizione contraerea, mentre il macho sta passando.
Accavalla le gambe e lancia anche lei un raggio di fica, incrociando le braccia sotto le tette spremute dall’incrocio magico di due stecche di acciaio armonico, come due brufoli che stanno per esplodere, sorride, ma io imbuco i depliant nella fessura della scollatura, a fatica; per tutta risposta l’arpia cerca di adescarlo avvicinando alle labbra un gadget, colorandolo del suo rossetto.
A questo punto sono costretta ad attivare la mia arma segreta, miro bene e sparo il raggio di fica fosforescente, che attrae il bel passeggero bruno verso di me, finalmente.
Mi sono messa nelle mutande un evidenziatore giapponese comprato al duty-free.
E’ nel mio stand, finalmente, ci parlo, quella lì, invidiosa, fa l’indifferente e sorride qua e là, fissando gli spazi vuoti tra la folla.
Me lo tengo ben stretto, è mio ormai, fuori dalle acque internazionali della terra di nessuno, gli do il depliant, gli spiego l’offerta, colmando con sorrisi sbavati sin troppo gli inevitabili gap di natura culturale-tecnica-intellettuale-marketing.
Lui fa delle battutine che riesco a capire, non mi fanno ridere, ma rido moltissimo, perché è mio e deve apprezzare la mia intelligenza ben mitigata dalla prontezza di spirito. 
E’ simpatico, davvero, ma sono ancora sulla linea chiusa, e decido di tirarmela ancora un pochino, me la trasmuto di mogano, lucidandola per bene con cera d’api, formula artigianale splendor.
Gli prendo un cellulare; gliene prendo un altro, mi alzo, per il clou, pancia in dentro, fondo sporgente, effetto Brazil, sento il calore del coltello del suo sguardo che mi spalma le chiappe con la nutella dei suoi occhi nocciola; mentre sono piegata per aprire la vetrina, sento che mi esplode il posteriore formoso, a dispetto di quella baldracca senza culo.
Finalmente posso sciogliermi, è il momento giusto per assaporare la giusta vittoria della seduzione femminile, muovo il battente della vetrina, per godermi, non vista, il riflesso del mio brunaccione sciolto d’arrapamento sotto le alogene inclementi, ma... 
Cazzo quella cagna in calore dello stand delle lenti a contatto biologiche ha approfittato della mia svista per invadere il mio territorio, e con la scusa di montargli delle lenti colorate omaggio, si sta premendo su di lui, si sta strusciando su di lui, è una pianta tentacolare che usa il contatto di tutti i pori collegati uno ad uno alla punta della sua patacca.
Mi ha fottuto, ma adesso la sistemo io, mi alzo brandendo il cellulare, avanzo minacciosa, quand’ecco che l’altoparlante annuncia il volo.
Il bel macho sguizza via, con un occhio violaceo e l’altro marrone, un’erezione ancora in fase ascendente, e ci lascia tutte quante come delle befane incazzate.
Non mi rimane da far altro che guardare santa Lucia dei cecati, che ha invaso la mia zona e ha ancora il polpastrello del dito indice verso l’alto.
“Cià bella” mi fa, toccandomi col dito, poi se ne torna al suo baracchino di cartone. Quella vacca mi ha appiccicato la lente sulla maglietta, come una caccoletta di gelatina blu appiccicosa.
Dallo stand della Tim qualcuno se la ride, la guardo, mica ho paura, e le lancio un sorrisino preconfezionato, appena scongelato nel microonde della mia anima.

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