venerdì, luglio 17, 2015

la polizia arriverà tardi

la polizia arriverà tardi

 
biodegradabile5
dormivo appena vicino a lei, il letto a filo della grande finestra affacciata sulla notte. la camera buia si nutriva delle piccole stelle di luce gialla che i palazzi della metropoli regalavano per far dispetto alla luna, grande assente.
eravamo in alto, avevamo il respiro di una porzione di cielo libera e la rassicurazione di altri appartamenti intorno, sopra, come in un nido di cemento.
lei aveva solo la maglietta, e dividevamo la stessa coperta leggera, eravamo di passaggio, in una stanza tutta per noi che non era la nostra, abbastanza familiare per non evitare che la mia mano scivolasse di sotto, per cercare, oziosa, di esplorare quello che il sogno trasformava in un universo umido.
delle urla, un rumore grasso, preciso, forte, prima il rumore e poi le urla.
una porta che si rompe; nell'altra stanza, all'ingresso dell'appartamento, entrano gridando tre arabi, preceduti dalle grida di mia madre che disperata ma consapevole dice di aprire e di prendersi tutto.
la porta d'ingresso è sfondata e gli arabi irrompono armati, realizzo che sulla mia testa è murata una piccola cassaforte e che lei è senza mutande, bagnata, fredda. 
spero non ci facciano alzare con la forza, vorrei restare coperto nel letto ma mi alzo. 
gli arabi hanno dei mitra e li puntano dove capita, ma non su di me, non su di lei, fanno di tutto ma non prendono le chiavi per aprire quella cassaforte. eppure le chiavi sono da qualche parte in vista, nella stanza.
alzo le mani, le abbasso, le tengo a metà, timidamente, non so cosa fare, vorrei non apparire inutilmente ridicolo, e, al contempo, non farmi ammazzare; gli arabi si muovono, gesticolano, non danno nessun ordine, forse sono stati lí lí per sparare, un paio di volte, ma non l'hanno fatto.
capisco che devo andare di la, uscire dalla stanza, lasciare gli arabi con le donne di casa terrorizzate, che vorrebbero solo che tutto finisca, che si prendano tutto e ci lascino vivere.
lei è nella stanza ma nessuno la nota, dovrò spiegare dopo a mia madre cosa facevamo in camera da letto, nudi e incogniti.
nell'ingresso, la porta è sfondata e sul mobiletto del telefono tre orologi al quarzo di poco prezzo contano i minuti del raid degli arabi. penso che magari nella foga di scappare gli arabi potrebbero lasciare i loro orologi: non valgono niente ma mi piacerebbe averne uno per ricordo, dopo.
mio padre guarda la porta rotta, ed io mi chiedo come hanno fatto a sfondare una porta blindata e come mai i vicini non hanno chiamato qualcuno. potrei chiamare io la polizia ma sento la presenza degli arabi incombere, dall'altra camera, mentre sbraitano, rubando sciocchezze e terrorizzando mia madre e la signora dell'appartamento di fianco.
capisco che devo andare in cucina; lei è sparita ma sento che non è in pericolo.
nel soggiorno a sinistra della cucina c'è un giovane arabo armato di mitra, seduto per terra, a presidiare. mi punta il mitra, io continuo a tenere le mani un po' alzate, penso che l'importante è avere le braccia alla stessa altezza, la simmetria da più sicurezza dell'altezza delle mani. mio padre è dietro di me.
ci sentiamo prigionieri e imbarazzati. vorremmo essere di sicuro prigionieri migliori, ma non abbiamo esperienza; siamo entrambi coscienti che una mossa sbagliata potrebbe farci morire, e che moriremmo senza sapere qual'è stato il movimento che non avremmo dovuto compiere.
il ragazzo col mitra mi guarda, cerca di darmi degli ordini ma non lo sa fare; io vorrei sedermi, non so in che angolo mettermi per essere sotto tiro, ma non prendo l'iniziativa, vorrei assecondarlo senza contrariarlo. non ho idea di cosa si aspetti da me, potrebbe sparare. mi fa incazzare perché non riesce a darmi nessun ordine, mi guarda, guarda il mitra, lui è seduto, io in piedi con le mani a mezz'asta. se resto in piedi potrebbe sparare, se mi siedo magari spara, abbasso un po' le mani, insieme, lui guarda il mitra, rialzo le mani, insieme, forse per un lento istante le ho messe in tasca; potrebbe uccidermi per questo, sono il solito idiota, faccio sempre cose di cui mi pento; non sono sicuro di aver messo le mani in tasca, comunque ora sono in bella vista.
il ragazzo col mitra è seduto e dice cose che non capisco, non ce l'ha con me, parla con se stesso, inizia a piangere, ha paura, noi non esistiamo più per lui.
lui piange ed ha paura, sa di essere stato trascinato in una brutta situazione, ho infinita pena per questo ragazzo che piange e si punta il mitra alla bocca.
disperato cerca il grilletto e il mitra gli scappa di mano, ho pena per lui, che potrebbe alzarsi e scappare via, ma che sta li, trema col mitra puntato maldestramente verso se stesso, che piange e trema e non riesce a premere il grilletto, anche perché è imbracciato al contrario, forse perché non ha mai sparato. ho pena per lui.
sono di fronte, gli tolgo il mitra dalle mani e sparo la prima raffica, al petto, alla spalla sinistra, vorrei aiutarlo dove lui non é riuscito, imbraccio meglio e sparo al volto, una raffica lunga, tanto rumore, mio padre è dietro di me e osserva incredulo il ragazzo che piange, piange e guarda la giacca stropicciata e dice scuotendo la testa che gli hanno dato un'arma finta perché non si fidano di lui.
lo colpisco col calcio e lui si fa colpire, non sviene come nei film, ma mi guarda e aspetta, lo colpisco ancora ed ancora, forse non abbastanza forte, forse nei punti sbagliati, il ragazzo abbassa la testa sul petto; so che non è svenuto ma lo fa per compiacermi. so che starà così e forse si addormenterà. mi dispiace che entrambi non ci siamo riusciti, ho pena per lui, forse lui ha la stessa pena per me.
vado nella camera da letto, mi fermo prima della porta, ho la sensazione che anche gli altri mitra siano a salve. vorrei entrare, irrompere, vorrei che non mi sparassero. mi metto sulla soglia, a gambe larghe, e in un istante vedo gli arabi che usano le loro armi per gesticolare verso le donne, che non hanno capito cosa vogliano rubare, che sono pronte a dare tutto, anche se c'è poco da prendere, anche loro non sanno come comportarsi, si muovono, parlano, a scatti, nella speranza che uno dei tanti gesti possa far evolvere la situazione.
mi vedono. sparo una raffica mirata a due di loro e mi riparo nell'altra stanza, la mia raffica è innocua.
gli arabi urlano, so che non vorrebbero farlo ma adesso devono rispondere al fuoco. sparano verso la porta. non vedo danni, il muro del corridoio è illeso, anche loro hanno armi finte.
entro dentro e inizio a colpire col calcio, anche mio padre fa lo stesso, gli arabi tacciono e si fanno colpire, con le loro stesse armi, le canne dei fucili si piegano, sono di latta, gli arabi si accasciano.
tra poco si sveglieranno, dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo chiamare la polizia, ma non arriverà subito.
devo colpirli ancora perché la polizia potrebbe arrivare anche tra un paio d'ore. colpisco il primo, già a terra; con il colpo mi sembra che si sia svegliato un po' invece di svenire più a lungo.
dovremmo legargli le mani, potremmo usare le canne molli dei mitra. 
la polizia arriverà tardi. al telefono non crederanno neanche alla storia, penseranno che siamo dei mitomani e faranno con comodo.
dovrei colpire ancora, guardo giù ma adesso sembra che l'arabo si sia tranquillizzato. comunque si muovono un po', potremmo chiuderli in una stanza, ma uscirebbero; di la' il ragazzo dorme e forse piange segretamente ma non si muove.
tutti questi arabi potrebbero risvegliarsi, riprendersi, aggressivi. prendiamo i coltelli grossi dalla cucina, non sappiamo cosa fare, ma adesso possiamo fare qualcosa. 
la polizia arriverà tardi e gli arabi si sveglieranno prima.

prendiamo i coltelli e colpiamo, sperando che collaborino a voler morire, che non saprei dove colpire, non saprei come far entrare la lama, ho paura che entri solo un poco, ho paura che ferisca e non uccida.
prendiamo i coltelli, si sveglieranno prima che arrivi la polizia, speriamo che la lama entri e colpisca all'istante.
speriamo che il sangue non sporchi, potremmo pulire per terra con le loro giacche.
non dovremmo andare in galera, stavamo per essere uccisi, nessuno sapeva che le armi erano a salve.
forse devo affilare il coltello prima, speriamo che entri e non scivoli, speriamo che entri e l'arabo non si muova, speriamo che l'arabo sappia come si fa a morire ed aiuti me ad ucciderlo in modo facile, speriamo che l'arabo e il coltello s'incontrino autonomamente. 
la lama deve entrare, meglio evitare di colpire dove ci sono troppe ossa.
so che gli altri miei famigliari hanno la stessa preghiera dentro di loro.

ci allontaniamo piano, facendo rumore e sperando che si sveglino e fuggano via lontano, come quegli insetti che sembrano essere morti e quando ti giri a guardare dalla loro parte sono spariti, scappati via.
fuggiranno e si salveranno dalla nostra attiva indifferenza, che finalmente potremo chiudere la porta e avere la tranquillità di chiamare la polizia.

Nessun commento: