venerdì, luglio 17, 2015

l'aeroplano

o come lui parlasse da solo con l'aria di recitare una poesia

 
biodegradabile5

aveva esitato prima di pronunciare quelle parole facendole rotolare più e più volte sulla lingua.
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e le sue dita bianche e affusolate giocherellavano con il manico del cucchiaino da caffè. lui le guardava la punta delle dita. a forza di osservarle, provava una strana sensazione, come se la sua coscienza sì appiattisse. lei dava l'impressione di aver sollevato il lembo estremo del mondo, per disfarne adesso poco a poco la trama. 
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quando lei aveva finito di piangere, di solito facevano l'amore. era solo dopo aver pianto che la donna lo cercava. altrimenti era lui a prendere l'iniziativa. qualche volta lei rifiutava. scuoteva la testa senza dire nulla. in quei momenti i suoi occhi sembravano lune bianche in un angolo del cielo sul far dell'alba. lune piatte e suggestive che fremevano al canto del primo uccello. a vedere i suoi occhi così lui non riusciva a insistere.
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gli faceva venire in mente una piccola stanza dove si sentiva a suo agio. una bella stanza pulita e ordinata, con tanti nastri colorati che prendevano dal soffitto, ognuno di forma e lunghezza diversa. nastri che sembravano invitarlo, facendogli vibrare il cuore. voleva tirarne uno, era ciò che i nastri si aspettavano da lui. però non sapeva quale scegliere.
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una volta concluso quello strano rapporto sessuale, lei gettava sempre un'occhiata all'orologio. girava un attimo la testa, che teneva posata sul suo braccio, e guardava l'orologio sul comodino. era una radiosveglia nera. di quelle che si usavano all'epoca, che non avevano cifre digitali, ma cartellini che giravano regolarmente col rumore di uno scatto. ad ogni occhiata alla sveglia, un treno passava vicino alla finestra.

da "i salici ciechi e la donna addormentata", di Haruki Murakami.
se potessi scrivere una frase sola come lui sa fare, sarei felice.

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