venerdì, luglio 17, 2015

Tintoria Mariuccia

 
biodegradabile5
Sono qui.
E aspetto. 
Aspetto.
Ho bisogno di sangue fresco, di braccia robuste e corpi tozzi da piegare alle necessità della mia lavanderia.
Tintoria Mariuccia.
Tutti i lavoranti devono rigorosamente rispettare i requisiti che sin dal 1774 la mia tintoria impone.
Maschi, con una grattatina di neuroni come tartufo sul cervello insipido, sensibili il giusto per obbedire alla frusta, e scimmieschi.
Si: devono essere scimmieschi. Dei pitechi azzoppati nella corsa verso l'evoluzione.
Sono i piú forti, grandi lavoratori e mangiatori di pastasciutta, non si lamentano neanche quando li chiudo nella lavasecco una volta al mese per pulirli.
Vecchia, sono sempre stata vecchia. I primi 70 anni della mia vita ero piú giovane, ma da quando gli Austriaci lasciarono Milano, sono diventata vecchia.
Ho lavato e stirato pure a Manzoni, quello che vestiva tutto di nero e puzzava. Un pomeriggio mi scopó pure, o forse era una zanzara pavese, di quelle di una volta, quelle coi piselli, che sembravano gamberoni chiavanti e volanti.
Fatto sta che quel, pomeriggio divenni vecchia e immortale. Ho visto incanutire e morire i miei amanti, i miei schavi: Mauro, Marcello, Michele, Meuccio, ... tutti col nome che inizia per M: come Mariuccia, cosí non devo cambiare l'insegna e il logo della tintoria ogni volta che mi muoiono. Una doppia M su sfondo bianco, campeggia al centro di un ovale di finta corda i cui capi terminano in un nodo Savoia. 
Mariuccia Milano. 
Anche se io non compaio fiscalmente; perchè la tintoria la intesto a loro, cosí non pago le tasse e vado in culo allo stato.
Che se dovessi pagare le tasse, io, staremmo freschi; che l'ultima volta che ho fatto uno scontrino era su pergamena, per il cappello di Leonardo da Vinci, quando passó per Milano. Bell'uomo, barbuto: puzzava, mi fece posare per fare il tavolo nell'ultima cena. Non me la tiro mica, io, che non ci ho mai tenuto a queste cose, però devo dire che se mi metto a quattro zampe con una tovaglia sulla schiena, sono proprio quel tavolo. Uguale uguale. Il resto è questione di prospettiva.
I miei lavoranti muoiono, ci ho fatto l'abitudine. Ogni tanto mi affeziono, ma il tempo passa per tutti, tranne che per me. Il primo era Matteo, si spense sull'asse da stiro. Era buono, lui, non dovevo neanche incatenarlo alla lavatrice. L'ho lavato a secco e lo uso come manichino. È misura 46, puzza, anche se, col passare dei secoli, puzza un po' meno. A Natale lo addobbo e ci faccio l'albero.
Gli altri no, non potevo tenerli. Meuccio e Michele ci feci del sapone, e da quel momento la mia lavanderia è prosperata. Bianco sperlucente, anche se ogni tanto qualche cliente si lamenta di aver trovato un molare in tasca. Ma poi ritornano da me, i cilenti, ritornano sempre: dente o non dente, una camicia bianca e inamidata ha il suo fascino.
Nonostante l'età, sono piacente. Se non ci credete, vi invito a bere una tisana dalla macchinetta che ho in tintoria, e poi ne riparliamo. La mia tisana della macchinetta cambia il modo di vedere le cose, fa vedere quello che c'è dentro, ed io dentro ho il vuoto. Vuoto si, ma foderato di pelliccia. Di cane.
Cosí soggiogo sessualmente i miei bravi marocchini; ma andiamo per gradi.
Ogni due estati, nella prima notte di luna, chiudo la baracca e parto alla volta di Lampedusa.
Un messo comunale compiacente mi fece ottenere un tesserino di volontaria comunale, prima dell'esilio di Bettino(che uomo: puzzava).
Mi pagano il viaggio, e mi danno una tenda per dormire. Io devo rinfrancare i profughi.
La notte accendo un generatore a gasolio sulla spiaggia con delle luci al neon che ho comprato da Maria de Filippi, di seconda mano. Nel buio totale, il logo della trasmissione "Amici" è meglio di un faro, attira le barche da 30 miglia di distanza. C'é chi dice che si arrivi a vedere anche dalla Tunisia. Tutti vogliono partecipare allo show, magia del satellite che arriva sino qui. In passato ho avuto anche "Grande Fratello", "Festivalbar" e "il processo del lunedi"(altri tempi).
Anche questi disperati, al pari dei loro compari italiani, aspirano alla fama facile: le donne vogliono diventare veline, e gli uomini sognano il bunga-bunga. Alla fine tra papponi, mignotte e spacciatori, il sogno italiano si avvera sempre.
L'Italia: una garanzia!
Ecco una barca che cambia la rotta, si dirige senza indugio verso la mia insegna: da un artigiano del posto ci ho fatto scrivere sotto"oggi provini", al neon. Tra non molto si schianterá sulla secca e la marea lambirà il litorale con il suo carico di primizie.
Con la macchinetta del caffè caricata a tisana e attaccata al generatore elettrico, vado in giro a rinfrancare i profughi, offrendo una bevanda calda a chi ha i 2 euro da inserire nella fessura.
Finalmente, nel buio, individuo un piteco peloso spiaggiato. È così animalesco che il corpo si muove da solo, nonostante sia svenuto tra le rocce. 
Prima cosa: controllare il nome.
Dal passaporto risulta Mustafà: promette bene, a questo non gli devo manco cambiare il nome. Il passaporto lo tengo io, non vorrei che il passato interferisse con il nuovo destino.
Mustafà puzza. 
Di alga e spogliatoio dell'oratorio il sabato pomeriggio.
Ecco la tisana bella bollente che rianima sto cadavere. Ci siamo. Trema, prende vita: una erezione degna di quando Tarzan si inchiappettava Cita. Azzardo due passi di lap dance su sto palo, e poi scattano le catene. Gli incateno anche la fava, non si sa mai: se questo si sveglia, con questa clava puó causare invaliditá semipermanenti.
Lo carico nel sacco della lavanderia dell'unico hotel di Lampedusa, con il quale ho un contratto; tra pochi giorni me lo spediranno al negozio di Milano, insieme a un carico di tovaglie macchiate e lenzuola dadaiste.
Una volta a Milano, ha inizio il "trattamento".
Con l'aiuto di un impiegato compiacente del comune, otterró un certificato di adozione posticcio, e poi scatta la trafila delle 3 M, che non sarebbero le 3 Marie, ma Minchia, Mazzate e ancora Michia (reprise) come da logo della tintoria.
La prima M è la soggiogazione sessuale, la famosa poMpa alla Mariuccia: dopo una tisana al calor bianco, che il scimmio è obbligato a bere direttamente dal paiolo che tengo a crogiolare sul caminetto, basta attendere qualche minuto che gli occhi gli si riempiano d'amore e, proprio quando assume l'espressione tipica di Pippo che ha finito la carta igienica quando Topolino è fuori casa (che Walt Disney mi perdoni)... lo metto a pancia sotto, lo carico con un pugno di tabacco Old Sailor, lo accendo da dietro e me lo fumo davanti come una gigantesca pipa umana. Così faceva il mio avo Montezuma(sempre con la M) e cosí continuo la tradizione. Beccheggia il tipo, ma gli piace.
La fase successiva comsiste nel richiudere Mustafá, con il culo ancora fumante, nella stanza della centrifuga gigante, una specie di tagadá del luna park dove facciamo asciugare i cappotti per elefanti e le coperte da balena. Mentre io manovro le leve della centrifuga, si spegnono le luci ed entrano i miei assistenti armati di battipanni.
A quel punto spingo sui 2500 giri, e sono Mazzate per tutti, nel buio si vedono le scintille sprigionate dai randelli, come uno screen saver a grandezza naturale.
Per finire, onde evitare che il nuovo arrivato si faccia distrarre dai bollenti spiriti ormonali, è necessario agire ancora sulla terza M di Minchia. Praticamente gliela stiro a vapore 300 gradi e gliela annodo bella inamidata al collo come una cravatta. 
E finalmente Mustafà entra a orecchie basse nel mio mondo, dove non c'è spazio per il Natale.
La vostra Mariuccia.

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